Santuario di San Francesco di Paola

Il Santuario, unico in Sicilia, è edificato personalmente dal Santo taumaturgo di Paola durante il soggiorno milazzese trascorso a cavallo del 1464 e il 1467. Il primitivo luogo sacro dedicato al culto di Gesù e Maria, sorto sulle rovine di una chiesetta dedicata a san Biagio dei Ragusei.
La facciata, in pietra rosata di Siracusa, è di stile barocco e due colonne con capitelli corinzi sostengono la balconata in ferro battuto. Sulla sommità di essa un grande stemma con raggi. Ai lati si aprono finestre dai fantasiosi ornati rococò. Fu radicalmente restaurato nel XVIII secolo con una scenografica scalinata dove troviamo la  statua di S. Francesco di Paola,  realizzata nel 1760.. Fu radicalmente restaurato nel XVIII secolo con una scenografica scalinata dove troviamo la  statua di S. Francesco di Paola,  realizzata nel 1760. L’ingresso nord (verso il Castello) è del 1600 con decorazioni del 1700; quello verso est (a Levante) immette nel piano terra del chiostro, antico quanto la chiesa. L’edificio interno è ad ampia navata unica, con abside semicircolare e dodici finestre istoriate che lo illuminano.

A destra dell’ingresso principale è la che vede riposare il corpo imbalsamato della, Vergine milazzese discepola di S. Francesco da Paola, morta in fama di santità nel 1470.

Il primo altare di destra è dedicato a tre Sante Siciliane Martiri:  Lucia, Agata e Apollonia.

Segue l’altare dedicato a  S. Biagio Vescovo Martire con un quadro ad olio del 1924.

I due altari di sinistra invece vedono il primo caratterizzato da una pala d’altare centinata del ‘700 che raffigura  S.Francesco Saverio con la Madonna, S.Onofrio e S.Giovannii Nepomuceno,

il secondo una Cappella dedicata a  Gesù e Maria interamente rivestita da decorazione rococò di legno intagliato e dorato su specchi che ha, al suo interno, una nicchia nella quale è collocata una piccola scultura in alabastro della  Madonna con Bambino.
A essi si alternano riquadri marmorei contenenti sei tele raffiguranti episodi della vita del Santo.

L’altare maggiore, commissionato nel 1751 dal Barone Paolo Lucifero (il cui stemma gentilizio è posto ai due estremi dell’altare), è ornato da due sculture marmoree allegoriche: la  Speranza e la  Fede.

La nicchia superiore, che racchiude l’effige di S. Francesco, è opera del 1916 di Gaetano Recupero ed occupa il posto del dipinto del Santo andato distrutto nell’incendio del 10 maggio 1908, dove andarono perdute anche altre opere che arricchivano il santuario. I quattordici stalli del coro in noce che avvolge l’altare maggiore rimontano al 1759-60.

Imponente la cantoria, realizzata nel 1760, entro la quale trova posto l’organo e sovrastata dalla famosa  trave del miracolo.

La sacrestia custodisce un bellissimo mobile barocco in noce del 1693, un lavabo in marmi policromi di elegante fattura e un Crocefisso in legno del Seicento. 

Nel tesoro del santuario: un reliquiario del 1772 con la del Santo, donata nel 1518 dal francese Padre Francesco Cerdonis, V Generale dei Minimi; un reliquiario con un brano del mantello di S. Francesco (XVIII secolo); calici, ostensorio ed incensiere della stessa fattura; cinque paliotti ricamati in oro e pianete del Seicento e del Settecento e due Crocifissi in legno.

Importanti anche i numerosi monumenti sepolcrali alle pareti e la cripta con altare a stucco dove furono riposte le spoglie di Padre Francesco Cerdonis (1518), prima citato, e di Angela Leonte (1559), vergine Terziaria. Da ricordare il convento attiguo che diede ospitalità ad eminenti personaggi tra cui il Vicerè Ettore Pignatelli (primi del ‘500), il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, il Vicerè Filippo II di Spagna (1622) e, nel 1678, Ludovico Fernandez Portocarrero, Cardinale, Arcivescovo di Toledo; in una delle stanze a piano terra del già citato convento è stato rinvenuto, negli anni Trenta del secolo scorso, un importante mosaico di epoca ellenistico – romana (II sec. a.C.), testimonianza dell’esistenza in quella zona di un edificio pubblico o di una importante villa patrizia.

San Giacomo

Venne edificata nel 1434 per volontà di re Alfonso d’Aragona in seguito alla vittoria riportata sulle truppe di Luigi III d’Angiò, evento che il Piaggia ritiene inventato. Dedicata a S . Giacomo Apostolo Patrono della Spagna, mantiene ancora la sua struttura originaria quattrocentesca. Fu Chiesa Madre della città sino al 1616, quando venne inaugurato il Duomo, costruito all’interno del Castello.Dal sobrio aspetto rinascimentale non alterato dagli inserti successivi, ha una facciata a ordine unico serrata da cantonali di pietra e coronata da un attico triangolare con orologio e stucchi; la porta, di gusto ancora seicentesco, è ornata da esili colonne corinzie e sormontata da una nicchia con la statuina del Santo titolare, il tutto fregiato da volute e torciglioni: l’iscrizione data la realizzazione al 1712. La semplice finestra rettangolare è ornata da modesti fregi.

La porta secondaria su via Medici si presenta affiancata da eleganti paraste doriche su base decorata e con timpano spezzato che racchiude l’iscrizione: una cartella decorata a volute riporta la dedica al Santo titolare. Dal lato della Marina si colloca un’altra apertura e la sacrestia con un esile portalino neogotico. Al suo interno, nel 1609, l’originario soffitto in legno venne sostituito da una volta a botte. È a navata unica rettangolare con ampio coro quadrangolare raccordato dall’arco trionfale, fregiato dallo stemma civico e ornato da putti in stucco che sollevano un velario. Sono presenti quattro altari laterali dedicati alle  Anime del Purgatorio, a  S. Giovanni Apostolo, all’ Annunziata e al  Crocifisso; alcune tele del Settecento attribuite a Scipio Manni e raffiguranti la  Crocifissione, l’ Annunciazione e la  Messa di S. Gregorio; 

altri dipinti che troviamo nella zona del coro sono la  morte di S. Andrea d’Avellino,  S. Nicola (1804),  S. Antonio Abate e la Probatica Piscina (1785).

Il fonte battesimale e la custodia a muro dell’Olio Santo risalgono al 1626, mentre il pavimento al 1777. Al centro della volta un affresco del 1761 che raffigura  Il processo e Martirio di S. Giacomo. L’altare maggiore del Seicento è quello dell’antico Duomo al Castello, trasferito qui nel 1866 in sostituzione di un antichissimo altare ligneo. Nell’ingresso si trovano il modesto monumento Zirilli Proto del 1862. Infine bisogna ricordare la presenza della cripta seicentesca sottostante l’area del presbiterio dove furono seppelliti i resti di numerosi combattenti garibaldini del 20 luglio 1860 e del patriota milazzese Matteo Nardi, trasferiti nel 1864 nel grande ossario dell’antico cimitero di S. Giovanni. E ancora un foro segnato da un cerchio e da una data, 25 luglio 1943, che ricorda la prodigiosa incolumità del tempio nel corso dei bombardamenti anglo – americani quando un ordigno sfondò il tetto e cadde inesploso ai piedi della statua di S. Stefano Protomartire.

S.Maria Maggiore

Edificata tra il 1610 e il 1621, venne dedicata a S. Elmo e successivamente, nel 1632, a Gesù e Maria, per essere poi denominata definitivamente S. Maria Maggiore dal 1755. La facciata è ad ordine unico con schiacciate paraste ioniche su alto basamento liscio, sovrastata da un pesante attico triangolare.

La costruzione è il risultato di interventi vari, rococò negli interni, neoclassici all’esterno, sulla originaria struttura di cui non è più dato coglierne i caratteri.
La chiesa è a navata unica con abside semicircolare e vi si accede da un ampio sagrato.  

La porta è di semplice disegno e ha ai lati due lapidi in memoria di un celebre episodio che vide il tempio protagonista: Garibaldi, al termine della vittoriosa battaglia del 20 luglio 1860, temendo un’improvvisa offensiva notturna dei Borbonici assediati nel Castello, si riposò sul sagrato della chiesa.

L’interno è impreziosito da decorazioni e la volta da affreschi del Manni datati al 1762: la  Presentazione di Gesù al Tempio (nell’abside),  Gesù che caccia i mercanti dal tempio (al centro della navata).

Tre lunette rappresentanti  La Vergine che vince sul male e protegge la Chiesa di Cristo, la  Cecità di Abramo e la terza dedicata a  Davide. A destra una nicchia con l’effigie di S. Espedito del XVIII secolo, seguono due altari con tele del Settecento: il  Bambino Gesù circondato da Santi e Beati  e l’Immacolata con S. Girolamo e S. Elmo.

Sul lato opposto due pale d’altare:  Trinità con due Sante e il  Crocifisso con la Madonna, S. Giovanni e la Maddalena risalenti al Settecento.

L’altare maggiore di stile neoclassico in marmi policromi è del 1750, con bassorilievi in marmo di Carrara e tre opere di Scipio Manni raffiguranti la  Madonna della Neve, la  Natività e l’ Adorazione dei Magi.

Un gruppo di angeli in stucco regge uno stemma che orna l’arco trionfale. Putti e festoni ornano le finestre che si aprono nella navata sopra gli altari. 

Il coro ligneo è del 1775, il pulpito è del 1758, mentre il fonte battesimale forse appartenne ad una chiesa più antica per poi essere trasferito in questa tra il XVII e il XVIII secolo.

San Papino

Nel 1618 i Padri Riformati costruirono il loro convento sulle fondamenta di una chiesetta rinascimentale dedicata al martire orientale Papino, vittima della persecuzione di Diocleziano.
Il suo corpo sarebbe stato posto all’interno di un’arca da pagani zoroastriani dell’Armenia, gettato in mare, approdato nel 264 sulle rive di Milazzo e, infine, sepolto all’interno della chiesetta. Nel 1629 iniziarono la ricostruzione di chiesa e convento secondo un progetto finanziato dall’amministrazione civica.
La facciata della chiesa è ad ordine unico con paraste giganti corinzie abbinate che affiancano il sobrio portale dal timpano spezzato su cui si apre un elegante oculo e lo stemma francescano.
La magnifica porta lignea proviene dall’antica chiesa francescana di S. Maria degli Angeli di Messina distrutta nel terremoto del 1908. 

Al suo interno un’unica navata, con abside quadrangolare e pronao

All’interno allineati tre altari sulla sinistra dedicati a  S. Pasquale Baylon, alla  Madonna della Provvidenza ed al  Cuore di Gesù,

e tre sulla destra: S. Antonio da Padova, SS. Crocifisso, il cui fondo della cappella è stata sistemata con antichi reliquiari entro teche, e S. Francesco d’Assisi. 

Una lapide posta all’ingresso ricorda che il Crocifisso ligneo posto sull’altare centrale, realizzato da Frate Umile da Petralia tra il 1632 e il 1633, il 15 aprile 1798 lacrimò in seguito ad una processione promossa per implorare la fine di un lungo periodo di siccità.
L’imponente baldacchino ligneo dell’altare maggiore incornicia una tela del Seicento raffigurante la  Madonna degli Angeli, attribuita al pennello di Onofrio Gabrieli (1619-1706) e nella quale tra i Santi Francescani è raffigurato S. Papino con armatura di cavaliere romano. 

Il pregevole ciborio in legno manca dell’originale altare in legno, sostituito nel 1934 con uno in marmo.

Ai lati è circondato da piccole tele ad olio raffiguranti  S. Bernardino,  S. Pietro,  S. Bonaventura e S. Paolo. All’interno sono inoltre presenti tre monumenti del XVIII secolo del nobile Alberto Vincenzo Zirilli, della baronessa Caterina Patti Lucifero e del marchese Antonio D’Amico di S. Dorotea.

Nel soffitto troviamo alcuni affreschi del 1934 di Salvatore Gregorietti, i quali raffigurano: l’ Apoteosi di S. Francesco,  scene della vita del Santo di Assisi e medaglioni con  S. Bonaventura, S. Elisabetta d’Ungheria, S. Ludovico IX di Francia, S. Antonio da Padova, S. Chiara e S. Bernardino da Siena.
E ancora di matrice settecentesca le sei lunette con scene di angeli e motivi decorativi con putti e festoni. In mezzo alla piazza e frontale alla chiesa c’è una colonnina in marmo sormontata dalla Croce, eretta nel 1720 al posto di una più antica Croce lignea secondo la tradizione Francescana.

Duomo di S.Stefano

Progettato dall’architetto Francesco Valenti, la cui pianificazione venne in parte modificata dagli ingegneri Mario Pagano e Giovanni Crinò, il Duomo venne costruito su un’area ricavata dall’abbattimento del settecentesco Teatro Comunale e della seicentesca Chiesa dell’Addolorata chiusa al culto perché gravemente danneggiata durante la sanguinosa battaglia del 20 luglio 1860 tra le truppe borboniche e garibaldine. Venne inaugurato il 27 dicembre 1953 da Mons. Guido Tonetti, Arcivescovo coadiutore di Messina, che lo consacrò dedicandolo a Santo Stefano Protomartire Patrono Principale della “Città Nobilissima”.

Il culto di questo Santo risale al 1481 quando alcuni preti Caldei di fede ortodossa, traducendo una vecchia pergamena con caratteri orientali, svelarono come le ossa di un braccio rinvenute venti anni prima dentro l’altare della chiesetta bizantina di S. Maria del Boschetto appartenessero al Protomartire e vi fossero state deposte in età medievale. Il popolo ed il clero di Milazzo ottennero il consenso di venerare queste reliquie, così nel 1521 posero S. Stefano quale nuovo Protettore della città.

La festività venne fissata alla prima domenica di agosto per celebrare il 3 agosto 1461, giorno della  invenzione del Santo Braccio. L’edificio si presenta tripartito con le navate laterali suddivise da cinque arcate. 

Sulla navata di destra è presente una grande pala d’altare di  S. Andrea e S. Pietro (1800), 

mentre l’altare di  S. Giovanni Bosco precede la sezione del transetto con al centro l’altare del  Sacro Cuore di Gesù (1956) con statua settecentesca in cartapesta. Ai lati dell’altare ci sono due tele di Scipione Manni:  L’Adorazione dei Magi (1755) e il  Martirio di S. Sebastiano (1753).

Sulla parete frontale troviamo il  Crocefisso in legno e stucco di autore ignoto, ridipinto nel 1961. 
Nella navata di sinistra è collocato un bassorilievo litico della  Madonna col Bambino di scuola fiorentina, l’acquasantiera invece è un’opera gaginesca scolpita per la rinascimentale Chiesa dell’Annunziata al Castello. Subito dopo troviamo la tavola della  Natività, o Adorazione dei Pastori, datata al 1573.

Segue il quadro dedicato al  Martirio di S. Stefano (1729) del messinese Letterio Paladino.

L’attiguo altare, dedicato al  Cuore Immacolato di Maria, è del 1957. Troviamo poi la tela dei  SS. Martiri Milazzesi (vittime, tra il 251 e il 257, della persecuzione operata da Tertullo, governatore di Sicilia, su editto dell’Imperatore Decio), opera di ignoto, commissionata nel 1622 dai Giurati per il Duomo antico.

Altre due opere di Scipione Manni sono presenti all’interno della Chiesa Madre: il  Velario Pasquale, utilizzato in occasione della Settimana Santa e nella parete frontale del transetto una tela, la  Madonna del Lume (1754).

Il fonte battesimale rinascimentale proviene dal Duomo Antico, mentre l’altare maggiore è un’opera neoclassica del tardo Settecento.
Tra il 1991 ed il 1992 è stata realizzata la retrostante struttura atta ad ospitare la statua di S. Stefano, realizzata nel 1784 dallo scultore Filippo Quattrocchi Romano e ai cui lati sono poste due tavole di Antonello de Saliba datate 1531:  S. Pietro e  S. Paolo.

Nel presbiterio sono presenti altre tre opere di questo artista, al centro la  Natività e ai lati due piccoli dipinti rappresentanti  S. Rocco e  S. Tommaso. In alto l’ Annunciazione, attribuita al pittore messinese Antonio Giuffrè,

sul lato opposto, il  S. Nicola in trono e storie della sua vita (1485). 

Nel tetto, a cassettoni policromi e decorati, sono due affreschi che raffigurano episodi della vita di S. Stefano Protomartire.

Gli otto medaglioni sulle due pareti della navata centrale raffigurano:  S. Stefano,  S. Francesco da Paola, i Santi Martiri Milazzesi, il milazzese  S. Leone II Papa, S. Gaetano, S. Antonio da Padova, il Beato Annibale Maria di Francia e  S. Eustochia Smeralda Calafato.
La sacrestia è arredata con mobili settecenteschi, mentre il campanile è caratterizzato da cinque campane, quattro delle quali provengono dal Duomo Antico. Il Tesoro è composto da un ostensorio in argento dorato del 1500, donato probabilmente da un prelato inglese al tempo di Enrico VIII Tudor, dal reliquiario del  Braccio di S. Stefano in argento e argento dorato del 1688, da un altro reliquiario in argento con il legno della Santa Croce, da due Corone in argento sbalzato del XVII secolo e dalla raggiera in argento che adorna, nella solennità, il capo di S. Stefano.

Chiesa del Carmine

La Chiesa del Carmine vide la luce intorno al XVI secolo su un’area che oggi prende il nome di Piazza Caio Duilio, precedentemente occupata da due piccoli templi dedicati alla Madonna della Consolazione e a San Filippo d’Agira. Intorno al 1570 la chiesa e i fabbricati annessi vennero ceduti dai nobili Giancarlo e Gianpietro Rigoles a padre Andrea Cordaro da Tripi per dare vita al primo insediamento carmelitano. Tra il 1718 e il 1719, quando Filippo V di Spagna cercò di riconquistare la Sicilia al suo dominio, Milazzo venne assediata dalle sue truppe. In questa occasione tale edificio sacro venne in gran parte distrutto, per essere ricostruito nella forma attuale tra il 1726 e il 1752. Nel 1888 fu espropriata ai Carmelitani, sconsacrata per poi essere riaperta al culto nel 1927. La facciata è ad ordine unico e coniuga elementi del rococò con l’attenzione per il recupero dell’eredità rinascimentale, dando vita ad un prodotto del barocchetto messinese. 

Essa è serrata da alte paraste con grandi capitelli corinzi che dividono il prospetto della chiesa dall’adiacente campanile: sulle paraste corre un’originale cornice curvilinea che regge, sulla destra, il campanile a vela. Una sola porta dalle linee classicheggianti si apre nella facciata: è ornata da semicolonne corinzie e da motivi a festoni nell’architrave, sovrastato da un timpano spezzato con stemma centrale dell’Ordine Carmelitano e quello gentilizio dei Baroni Baele, antichi patrocinatori del tempio. Sopra la porta è presente una nicchia contenente una statua raffigurante la  Madonna della Consolazione che accoglie le anime sotto il suo manto e rappresentativa del legame storico – religioso con la primitiva chiesa quattrocentesca.

L’edificio sacro si presenta a navata unica con ampio coro quadrangolare, abside semicircolare e sei altari laterali inquadrati da paraste corinzie che reggono la trabeazione in stucco:

sulla sinistra, dopo una teca con la mezza figura dell’ Ecce Homo

si notano gli altari dei  SS. Cosimo e Damiano (con quadro della Madonna coi Santi Cosimo, Damiano, Filippo d’Agira e Antonio da Padova),

del  Crocifisso (con scultura policroma e tela delle Marie), della  Sacra Famiglia di Maria (con statua policroma della Madonna del Carmine e tele raffiguranti Santi Carmelitani);

sulla destra sono gli altari dedicati alle  Anime del Purgatorio (con quadro raffigurante la Sacra Famiglia coi SS. Anna e Gioacchino e le Anime del Purgatorio),

a  S. Lucia (con quadro di S. Lucia con la Madonna e Santi) e alla  Madonna del Carmine (con statua policroma della Madonna della Pietà).

Alternate alle cappelle sono otto cornici ovali in stucco contenenti tele che raffigurano Santi Carmelitani. Due modeste nicchie tra gli altari contengono statue policrome di S. Gioacchino e del Cristo Re. Al termine della navata, ai lati dell’arco trionfale, sono quattro nicchie con statue in stucco di Santi Carmelitani. Si accede al coro attraverso l’arco trionfale con le date 1752 e 1947. L’altare maggiore risale al pieno Settecento ed è interamente realizzato in marmi policromi, ornato da una custodia centrale e da una coppia di statue allegoriche; nel paliotto è un tondo col  Sogno di Isacco. 

Sopravvivono ancora due testimonianze a muro relative alle antiche tombe patrizie: il monumento sepolcrale, con stemma gentilizio, dei coniugi Giovanni e Filomena Ciparo (1583) e la targa marmorea, apposta tra il 1726 ed il 1727, che raccoglie le ceneri dei nobili Proto e ricorda, nell’epigrafe latina, la distruzione della tomba gentilizia seicentesca in seguito all’assedio di Milazzo del 1718-19.

Madonna del Rosario

I lavori per la sua edificazione iniziarono nel 1538 dopo aver abbattuto la quattrocentesca Chiesa di S. Leonardo. Chiesa e convento subirono importanti modifiche nell’avanzato Settecento. Nella semplice facciata si erge il portale, che poggia su due semicolonne con capitelli corinzi. In alto si apriva un grande oculo poi sostituito, nel 1705, da un’elegante finestra rettangolare. Il campanile a vela è sistemato sul retro.

L’interno ha un impianto rinascimentale a tre navate con cinque archi a tutto sesto che poggiano su colonne, con abside quadrangolare e senza transetto. 

Il soffitto di ciascuna navata è ripartito in cinque crociere settecentesche. Otto gli altari distribuiti nelle due navate laterali. A destra, il primo è dedicato a  S. Vincenzo Ferreri (con statua policroma attribuita a Filippo Quattrocchi); 

il secondo alla  Madonna e Santi Domenicani (con tela settecentesca attribuita a Filippo Jannelli); il terzo dedicato alla  Madonna coi Santi Caterina e Tommaso (con tela settecentesca);

l’ultimo altare era dedicato a  S. Domenico con un paliotto ligneo dorato di particolare pregioall’ultima colonna è sistemato il pulpito ligneo con baldacchino retto da colonnine di gusto già neoclassico. Sulla parete di fondo c’è una piccola vara lignea policroma ornata sulla quale è posta l’effige di  Gesù Bambino; in alto invece un dipinto di  S.Antonio da Padova. A sinistra: il sepolcro gentilizio in marmo e stucco della famiglia di  Nicola Cumbo precede il primo altare del  Crocefisso con un antico simulacro policromo e poveri marmi; 

segue l’altare ligneo del tardo Seicento che raffigura la  Gloria di S. Domenico; il terzo altare reca una tela raffigurante  S. Girolamo (1694); il quarto presenta una tela della  Madonna del Rosario, S. Domenico, S. Caterina, S. Vincenzo Ferreri e due fedeli. I quindici quadretti ovali in bronzo riproducono i  Misteri del Rosario. Sul fronte della navata si trova la prestigiosa Custodia cappuccina qui trasferita dall’antica Chiesa dei Cappuccini. L’altare maggiore, in marmo policromo e bassorilievi in bianco di Carrara, è di stile neoclassico e fu eretto nel 1809 in sostituzione di un altare ligneo del 1596.

Infine un grande quadro è collocato nell’abside che rappresenta  Gesù che guarisce un paralitico (1789).

Il soffitto della navata centrale è caratterizzato da affreschi del messinese Domenico Giordano, databili al 1789:  Gloria di S. Domenico, S. Domenico che brucia i libri degli eretici, S. Domenico con i Santi Pietro e Paolo.

Santuario di S.Antonio di Padova

Interamente scavato nella grotta, secondo la tradizione fu rifugio del Santo, allora missionario portoghese Ferdinando di Bulhoes, la cui nave era stata dirottata da una violenta tempesta durante un viaggio verso la natìa Lisbona (1221). La grotta, dopo la sua morte (1231) e la sua canonizzazione (1232), venne trasformata prima in un luogo di preghiera e poi in santuario, oggi risultato di successivi interventi nel 1575, 1737 e 1783.

La chiesetta, a navata unica e campanile a vela, ha un semplice portale classicheggiante del 1699 con accanto una nicchia contenente la statuina policroma del Santo.

L’altare maggiore fu realizzato nel 1699, mentre il nuovo altare laterale della  Madonna della Provvidenza ed il pavimento nel 1737.

La statua lignea del Santo (1704) dello scultore palermitano Noè Marullo sostituì quella cinquecentesca andata distrutta da un incendio.

Le pareti laterali sono rivestite di lastre marmoree con bassorilievi raffiguranti i miracoli del Santo. La porta della sacrestia, in marmi policromi e con battenti lignei scolpiti, risale al 1737. In un piccolissimo vano ricavato nella roccia si trova l’antico luogo di preghiera di S. Antonio.

Addolorata

Fondata nel Settecento, fu dotata di sacrestia nel 1810 e ampliata nel 1890. Di stile neogotico, il suo interno, decorato a stucchi, conserva modesti quadri della Sacra Famiglia (1903) e della Madonna di Pompei e una statua policroma dell’Addolorata. Sopra la porta principale la pala d’altare raffigura la Madonna della Catena del XVII secolo.

San Giuseppe

Costruita nel 1565, presenta caratteristiche tardo – rinascimentali. Successivi restauri del 1639, 1643 e del 1758 ne modificarono, in parte, l’impianto originario. La chiesa presenta una semplice aula rettangolare con presbiterio quadrato, cui sono annessi i corpi di fabbrica della sacrestia e del campanile a vela. La facciata è ad ordine unico, con timpano triangolare a porta architravata disadorna sovrastata da una finestra rococò. La porta sembra risalire ad un rifacimento ottocentesco.

Al suo interno una fantasiosa decorazione in stucco avvolge le cappelle lungo la navata, incorniciando gli altari. 

Sulla destra si apre la cappella di S. Giuseppe, che emerge nel profilo esterno come piccola abside: l’altare è stato rifatto nel 1927 ma settecentesco è il gruppo policromo di  S. Giuseppe col bambino Gesù attribuito a Filippo Quattrocchi.

Sul lato sinistro è importante l’altare ligneo settecentesco di S. Anna, con dipinto coevo dello sposalizio della Vergine.

Anche l’altare della  Madonna del Buonviaggio conserva la struttura lignea originale.

L’altare maggiore, ornato da commessi marmorei policromi e colonne tortili, è del 1673 con dipinto centrale raffigurante la  Sacra Famiglia con S. Elisabetta e S. Anna.

Due cripte sotterranee sono segnalate da iscrizioni del 1643 e 1864, rispettivamente davanti l’altare maggiore e vicino all’ingresso. Il pavimento ottocentesco in ceramica policroma è stato sostituito e ne sopravvivono poche tracce.

Santissimo Salvatore

Il monastero fu fondato nel 1616 nella Città Murata, dove ne sopravvivono i ruderi, e soltanto dopo il 1718 fu trasferito nel sito attuale, dove sorgeva una chiesetta di S. Caterina d’Alessandria edificata nel 1622 al posto di una chiesa di S. Sebastiano del 1348. La chiesa presenta caratteri rococò mentre la parte superstite del convento presenta caratteri più rustici. Abolito il monastero, dopo l’Unità, lo stabile è stato adibito nel 1923 a sede dell’orfanotrofio Regina Margherita. Nel 1959 un crollo ha travolto parte della volta della chiesa provocando seri danni agli arredi artistici. La chiesa presenta una navata unica con abside semicircolare. Il prospetto, a ordine unico, ha un aspetto verticale e la porta, sovrastata da un alto finestrone, è raccordata da eleganti finestre ovali.

Nella zona dell’attico importante è la porta dal timpano spezzato, ornata da cherubini e motivi floreali di gusto rococò, e completata dallo stemma dell’ordine e da una nicchia con la statua di S. Benedetto.

Un corpo laterale reggeva il campanile a vela, ora demolito. Sul fianco settentrionale si apre una porta architravata settecentesca, adiacente a un corpo aggiunto coevo. Al suo interno una grande aula con volta a tutto centro lunettata.

Alla parete dell’abside, privo dell’antico e ligneo altare maggiore, l’ Ascensione, di autore ignoto del XVIII secolo.

Lo fiancheggiavano quattro dipinti ovali con scene della vita di Gesù. Rimosse anche due tele mistilinee:  La fuga in Egitto e  Madonna con S. Michele Arcangelo. Sulla parete di sinistra i due altari erano sormontati da due pale,  Battesimo di Gesù e  S. Benedetto, mentre a destra la  Natività e  S. Scolastica. Nel catino absidale si conserva l’affresco della  Maddalena che lava i piedi a Gesù di Scipio Manni. All’altare maggiore rimane la  Trasfigurazione entro cornice riccamente scolpita e dorata. L’ambiente è avvolto da una scenografica decorazione in stucco a motivi vegetali e puttini, animata da grandi finestre che inondano di luce.

Immacolata

Venne edificata nel 1640 su iniziativa della Congregazione della Concezione che aveva sede nella vicina chiesa di S. Leonardo, ormai distrutta.

Tra il 1889 e il 1892 fu ingrandita ed, annesso, vi sorse il nuovo Convento dei Padri Cappuccini, mentre nel 1935 venne costruito il campanile.

La chiesa, a navata unica, ha al suo interno soltanto due paliotti marmorei intarsiati, risalenti al Settecento,

Tra il 1889 e il 1892 fu ingrandita ed, annesso, vi sorse il nuovo Convento dei Padri Cappuccini, mentre nel 1935 venne costruito il campanile.La chiesa, a navata unica, ha al suo interno soltanto due paliotti marmorei intarsiati, risalenti al Settecento, le statue policrome dell’ Immacolata e di  S. Antonio da Padova e due dipinti ovali del Settecento raffiguranti  S. Anna e S. Gioacchino con Maria bambina. Presente anche un grande quadro raffigurante la Madonna degli Angeli con San Francesco e S. Chiara.

Un interessante presepe, opera di Luigi Maniscalco (1935-37), è sistemato in un vano nella parete sinistra. Nel monastero, in stile neogotico, si conserva una statuetta settecentesca in alabastro dell’Immacolata.

San Gaetano

Edificata nel Quattrocento da Spagnoli della Catalogna, venne dedicata inizialmente alla Vergine della Catena. Nel tardo Seicento, in seguito alla santificazione di Gaetano da Thiene (1671), assunse la nuova denominazione. La facciata è ad ordine unico, con una bella porta rococò sormontata da un nudo finestrone. La porta laterale, con paraste e capitelli corinzi, è di raffinata fattura rinascimentale. Nel 1621 venne creata la piccola cupola su basso tamburo finestrato e lanterna, ispirata a quella del nuovo Duomo. Agli anni 1750-55 risale il portale dell’ingresso principale.

La chiesa è a navata unica con abside quadrangolare coperta da elegante cupola con lanternino.I quattro altari laterali erano alloggiati entro nicchie alternate a paraste: i due di sinistra dedicati a  S. Pietro e S. Andrea e alla  Madonna della Vittoria, mentre i due altari di destra erano dedicati al  Crocefisso e a  S. Gaetano.Un grande olio iconografico dell’ultimo Settecento, che era posto sull’altare maggiore, rappresenta la  Madonna della Catena assieme a  S. Bartolo, S. Lorenzo e S. Stefano. Nel 1943 la caduta di una bomba aerea inesplosa provocò il crollo del tetto e il danneggiamento di alcune opere.

San Rocco

Innalzata nel 1575, in seguito al voto fatto dalla città nel corso di una lunga pestilenza, è cinta su tre lati da una merlatura ghibellina ed addossata ai resti della cinta muraria del 1292 di Giacomo d’Aragona. Apparteneva ad una confraternita di marinai della Marina Mercantile.

La chiesa è a navata unica con abside semicircolare coperta da cupoletta, secondo una diffusa tipologia rinascimentale. Esternamente si caratterizza per uno stile architettonico medievale originale, vista la caratteristica merlatura a coda di rondine che la corona. 

Al suo interno, al quale si accede attraverso un pronao, è da ricordare il settecentesco altare ligneo sul quale si trova la statua policroma del tardo Cinquecento di  S. Rocco e ai cui lati erano collocate due tele,  S. Giacomo e  L’Addolorata, rubate nel 1987 così come altre opere. Da ricordare anche un monumento marmoreo di un marinaio della Marina Mercantile risalente al 1876. Nel luglio del 1743 questa chiesa fu protagonista di un evento prodigioso: durante la processione della Madonna del Carmine, mentre a Messina vi era una pestilenza, all’altezza di S. Rocco, si aprirono le porte della chiesa e la figura del Santo benedicente si stagliò sopra la cupola come segno di protezione per della città.

Chiesa dei Cappuccini

Edificata nel 1577 sul colle denominato Limesa, la chiesa fu dedicata inizialmente al culto greco della Madonna dell’Odegitria o dell’Itria, per passare nel 1580 ai Padri Cappuccini ed essere intitolata a S. Maria Assunta o S. Maria della Selva. Tra il 1663 e il 1666 vennero aggiunti l’avancorpo con ingresso laterale, due profonde cappelle e la cella campanaria. La soppressione degli ordini monastici provocò l’abbandono del complesso e il convento fu adattato come ricovero di emarginati.

La chiesa, invece, rimase ancora aperta al culto ma saccheggiata nel corso degli anni. Attualmente, infatti, di essa rimane il nudo involucro. Al suo interno era posta la perduta tela delle  Anime del Purgatorio, oggetto di messe e preghiere e per questo conosciuta non col nome di Madonna dell’Itria, bensì Madonna degli Abbandonati o delle Anime del Purgatorio. Ad una sola navata, preceduta da un portico e sormontata dal campanile a vela, prima dell’attuale stato di degrado si presentava con quattro altari laterali ed un altare maggiore ligneo sovrastato da un monumentale baldacchino; la Custodia, altare lavorato a tarsie di legno e madreperla, creato da Padre Innocenzo da Petralia tra il 1640 e il 1643, si trova oggi presso la Chiesa del Rosario, così come la balaustra in legno intarsiato del Settecento, una piccola tela ovale raffigurante un santo francescano e due dipinti ad olio di  S. Antonio e di  S. Bonaventura. I due dipinti,  La Madonna degli Angeli e  La Bottega di S. Giuseppe, sono custoditi nella Chiesa dell’Immacolata. 

Al di sotto di essa è presente una vasta catacomba che custodiva numerose spoglie di laici e religiosi. Tra le sepolture gentilizie quella di Agata Gravina Cottone (1746), Principessa di Palagonia e moglie di Ignazio Gravina, Ministro di Carlo III di Borbone. Accanto l’antico Convento Cappuccino del 1580, teatro di significativi avvenimenti della storia della Provincia monastica e riparo per numerosi Garibaldini e feriti che trovarono cura nell’ospedale da campo lì creato.

Santi Filippo e Giacomo (Tono)

E’ situata nella zona del Tono, più precisamente ‘Ngònia (angolo – insenatura) in quanto posta ai piedi del rilievo del promontorio. 

Risale al 1686 come costruzione gentilizia edificata in sostituzione di un più antico tempietto risalente agli inizi del 1400. Come è testimoniato dalla lapide apposta all’ingresso, venne restaurata nel 1823 dai suoi proprietari, il marchese Tommaso Mariano D’Amico e Domenico Calapaj. Dalle forme molto semplici, la chiesetta si presenta ad un’unica navata con abside semicircolare.

Il culto originario è stato sostituito dalla devozione per la Madonna di Tindari, di cui si conserva la statua policroma,

 mentre l’antico dipinto dei SS. Filippo e Giacomo che ornava l’altare è stato sottratto nel secondo dopoguerra.

Santa Caterina d'Alessandria

Sorge di fronte al Quartiere degli Spagnoli in un sito nel quale, secondo il Perdichizzi, trovava collocazione la chiesa di S. Margherita (1622), già dedicata a S. Marta (XIV secolo) e annessa ad un ospedale che avrebbe ospitato S. Francesco di Paola. Il Piaggia riferisce che durante l’assedio del 1718 l’edificio fu demolito, quindi l’attuale costruzione risalirebbe agli anni successivi, conservando forse la pianta originaria e smentendo l’ipotesi del Ryolo circa i suoi possibili inizi bizantini. L’attuale denominazione venne assunta nel 1719 quando, durante l’assedio spagnolo, la chiesa omonima che sorgeva al Borgo venne distrutta. Ha uno spoglio prospetto a capanna con porta architravata e campanile a vela; sul fianco si apre una porta con ornati barocchi. L’interno è un vano rettangolare coperto a volta con tre nicchie sulla parete di fondo.

Nella nicchia centrale trova collocazione la statua della  martire di Alessandria in marmo bianco (1560); 

nell’absidiola a destra la statua di  S. Gaetano del primo Seicento, accanto alla quale è presente la statua in legno di  S. Antonio da Padova; nell’absidiola di sinistra la statuetta dell’ Ecce Homo. Nel sottosuolo si estende una piccola cripta.