PREVITERA PRACANICA

L’Associazione Imago Vitae organizza corsi nel settore delle arti figurative, teatrali

e artigianali avvalendosi della pluriennale esperienza dei maestri d’arte Luigina Previtera e

Antonio Pracanica.

Saperi della mano e sapere del cuore

Di Sergio Todesco

Nino Pracanica e Gina Previtera sono artigiani per vocazione più che per scelta. La conoscenza degli oggetti e della materia con cui essi sono fatti, la familiarità con le tecniche di manipolazione dei materiali, una naturale gentilezza d’animo che consente loro di accostarsi sempre con estrema umiltà alla messa in forma delle loro opere, il senso innato di una creatività mai fine a se stessa ma, direi, intimamente attraversata da un rigore e una nitidezza “morali”, il carattere timido e schivo della loro esperienza artistica, tutte queste doti insomma – e altre ancora che non può intendere chi non abbia con loro una qualche forma di amichevole intimità – fanno si che ogni loro performance esterna sia da salutare con particolare gioia e commozione. Il loro rapporto molto fisico con la materia di cui gli oggetti sono fatti, il loro accarezzare quasi il legno, la carta, il cuoio e ogni altro svariato elemento decidano di utilizzare nell’incessante attività artigianale, sono queste caratteristiche che invano cerchereste nella gran parte della produzione artistica contemporanea, in cui spesso traspare una sciatteria che rivela l’intima uggia verso l’oggetto, il reale disinteresse verso ogni dimensione del fare che non sia quella della trasformazione in merce di quanto si è prodotto.

Il loro giocare con gli oggetti, in una gioiosa attività di bricoleurs che mostra sempre lucida consapevolezza dello statuto polisemico della materia e della sua conseguente capacità di scomporsi e sempre di nuovo ricomporsi in un diverso equilibrio.

Se per bricolage intendiamo quel che Claude Lévi-Strauss ha definito “un riflesso sul piano pratico dell’attività mitopoietica”, come chi narra miti e favole costruisce nuove strutture dai frammenti delle vecchie, offrendo in esse una sempre nuova trasformazione dei fini in mezzi, dei significati in significanti e viceversa, così Nino e Gina praticano naturaliter tale poetica. Essi non si limitano a costruire il nuovo dai frammenti del vecchio, ma raccontano attraverso le scelte operate la propria vita interiore. Nella loro produzione rivive così l’immaginario popolare della nostra Isola, quale esso si è venuto sedimentando nel corso del tempo. La storia personale e intima si fa qui contigua alla grande storia del decoro occidentale, del narrare le figure numinose, i luoghi, gli eventi, le emozioni.

Sono proprie all’attività di questi due artigiani alcune della caratteristiche che in genere sono neglette dall’arte paludata, quella “originata dalle accademie, dalla critica normativa e dal modello positivista della storia intesa come unità narrativa continua e romanzo familiare delle influenze” (Georges Didi-Huberman, Ex voto, 2007, 7-8).

Le prime caratteristiche che balzano all’occhio sono la capacità di recupero degli avanzi e l’utilizzo creativo di tutte le risorse disponibili.

Nino e Gina infatti mescolano, a volte anche in modo azzardato, tutti gli oggetti secondo criteri non usuali di assemblaggio, e da buoni bricoleurs quali essi sono producono un nuovo oggetto utilizzando i residui o i frammenti di opere già compiute e adottando procedimenti che agli occhi dei più non sarebbero considerati idonei.

Così operando, essi di fatto ottengono un riordino simbolico degli oggetti e del loro significato, riscoprendone certo nuove funzionalità ma, credo, anche e soprattutto una nuova dimensione estetica e poetica.

Per farla breve, l’attività di questi due artigiani mi pare una contestazione implicita delle regole ordinarie e degli schemi consolidati nel settore della produzione artistica. E, se mi è concesso, una contestazione implicita delle regole ordinarie e degli schemi consolidati di un mercato dell’arte sempre più ottuso, spietato, cieco, a volte anche ridicolo.

Se la loro poetica sia, poi, anche un’etica, questo è un giudizio che lascio ai visitatori, spero numerosissimi, di questa bella mostra.

Sergio Todesco

antropologo – sovrintendente del parco archeologico dei Nebrodi occidentali – Sicilia


Nino Pracanica e Gina Previtera. Ovvero il Teatro della vita

Di Teresa Pugliatti

Eseguite dalle mani di Nino e Gina, centinaia di maschere ci guardano dalle pareti, dai tavoli del loro piccolo ma gremito laboratorio.

Sono volti che ci guardano, pur  dalle loro orbite vuote, noi ricambiamo lo sguardo, e così ci incontriamo.

Alcuni ci fanno subito paura, e quasi orrore; ma a poco a poco vi distinguiamo delle espressioni, che sono anche molto precise e dirette: e vedremo che in alcuni c’è ironia, in altri addirittura  timidezza. E c’è chi ci guarda con aria furbesca, quasi a burlarsi della nostra presunzione, del nostro sentirsi  “migliori”  di loro. E c’è chi  ride apertamente con la bocca spalancata. Ma c’è anche chi è triste, e ci chiede tenerezza. Allora certe deformità ci appaiono patetiche, e le vediamo con simpatia. Altri  invece sono severi, portano un cappuccio e ispirano rispetto. Forse sono personaggi importanti, come cerchiamo di capire. Perché, infatti, a poco a poco diventiamo curiosi, e vorremmo sapere qualcosa di loro.  Poi ci sono le bambole (alcune stupite, altre intimidite), che ci invitano a giocare.

Ma ad un tratto comprendiamo che tutti  ci invitano a giocare. E ad inventare storie che li riguardano. Una storia per ciascuno. O una storia che li comprenda tutti. Seri e giocosi, felici e infelici, buoni e cattivi, e spesso simili a pesci, a uccelli, a scimmie, a cani, a gatti, anche ad animali fantastici.

Molti sono infatti  gli uomini che hanno tratti zoomorfi. E qui li rivediamo tutti, e li riconosciamo anche nei pesci e negli uccelli. Di solito, nella vita,  noi conviviamo con loro.

E ce ne rendiamo conto qui, nel laboratorio di Nino e Gina dove, con questi esseri di cartapesta, di cuoio, di legno, di cera, di materiali fitomorfi, creati dalle loro mani, si svolge un Teatro della vita. Ovvero, qui vediamo la vita come in un teatro.

Ed è infatti una storia della vita dell’uomo che Nino ha pensato di raccontare in questa mostra.

Cerchiamo di seguirla, con l’attenzione e il rispetto che il loro lavoro intenso e quotidiano merita.

Teresa  Pugliatti

storica dell’arte dell’Università di Palermo


Le maschere di Nino Pracanica e Gina Previtera dalle origini della terra al nascere della cultura

Di Luigi Ferlazzo Natoli

Ho conosciuto Nino Pracanica insieme alla moglie Gina Previtera in occasione delle mostre a Palazzo D’Amico di Milazzo. Mi parlò en passant della attività di entrambi (uniti nell’amore come nell’arte e per l’arte), e cioè, tra le altre,  quella  di creare delle maschere. La cosa mi colpì sulle prime, poi l’ho approfondita ed ora sono qui a scriverne per questa mostra al Monte di Pietà di Messina, ove sono presentate nelle due sale circa 120 maschere. Nella prima il racconto ha inizio dalle origini della vita sulla terra attraverso le testimonianze bibliche, nella seconda le maschere per così dire si “culturizzano” pervenendo sino ai giorni nostri e attraversando il mito e la storia della letteratura.

Per capire chi sono Nino e Gina bastano pochi cenni della biografia di Nino che parlano della sua nascita “ a pochi metri dal mare a Vaccarella, un borgo marinaro di Milazzo”. Poi studia presso i “Salesiani” (la qualcosa mi spinge ad essere compartecipe consapevole della sua formazione: San Giovanni Bosco amava i popoli primitivi – come poi succederà a Nino – e addirittura inviava i suoi missionari sino in Patagonia), quindi si iscrive al Liceo Classico di Milazzo e infine frequenta a 22 anni la Facoltà di Lettere di Losanna, facendo delle incursioni saltuarie a Parigi e Londra, dove entra in contatto con artisti che in qualche modo lo spingeranno ad occuparsi dei molteplici settori dell’arte.

Ecco, nella biografia di Nino, nel suo percorso umano, sta probabilmente la chiave per capire la sua poliedricità artistica, che va dal puparo siciliano cantastorie alla creazione di maschere per il Teatro, utilizzando diverse materie dal legno alla cartapesta, al cuoio etc. A 26 anni conosce Gina Previtera, la compagna della   sua vita, ma anche colei che collaborerà nella attività creatrice.

Come rileva Michele Monetta “le maschere/imago sono immagini atemporali dove l’Antico e il Contemporaneo si scontrano, a tratti dialogano…in un contrasto epico come eroi del mito, come Ettore e Achille, come Perseo e la Medusa o Teseo e il Minotauro”. Insomma, Pracanica è uno studioso dei popoli primitivi e delle loro maschere come – con le dovute proporzioni – lo è stato Lévi Strauss, ma è anche artigiano e artista e il suo laboratorio diventa una “bottega” in senso rinascimentale, dove si apprende la “manualità”, che per chi è creativo può sfociare in arte, come è accaduto a suo tempo per Nino Pracanica e Gina Previtera.

Si susseguono così le fondazioni di Centri di studio e ricerche come quello che ha sede nel Castello di Milazzo (a partire dal 2003), o scuole d’arti e mestieri (nel Castello di Montalbano d’Elicona), e le opere prodotte fanno il giro d’Italia e d’Europa.

Sergio Todesco rileva che “nella loro produzione rivive così l’mmaginario popolare della nostra isola”; e per Barbara Musetti “da oltre quarant’anni Nino e Gina, maestri d’arte, perdurano le antiche arti della maschera, dell’icona, della doratura, attraverso le quali fanno rivivere i miti, le leggende e soprattutto l’amore per la terra”. Come ammette Nino Pracanica “dietro la maschera l’individuo può svilupparsi sereno e protetto” e, allora, per dirla con Lévi Strauss le maschere rappresentano anche i reperti di un’età antica che rivivono oggi nei racconti del Folklore e nelle tragedie greche ed elisabettiane.

Luigi Ferlazzo Natoli

critico d’arte – professore dell’università di Messina

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