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Domenico Piraino, la vita e l’opera politica

Apriamo il primo numero di questa nuova rivista con gli scritti che due studiosi della Società milazzese di storia patria, Antonino Micale e Girolamo Fuduli, hanno dedicato alla figura del maggior patriota milazzese del Risorgimento, affinché non trascorra senza essere ricordata dalla sua città la ricorrenza del secondo centenario della nascita di colui che fu il primo milazzese eletto deputato nel Parlamento nazionale, dopo esserlo stato in quello siciliano del 1848, e il primo ad esser nominato senatore del Regno d’Italia per “virtù e meriti che avevano reso illustre la Patria”.
Domenico Piraino nacque il 17 marzo 1801 nella via che oggi reca il suo nome (al tempo « via della Pietà ») e nella casa che -come si legge in una lapide apposta nel 1890 contestualmente all’intitolazione della via- ... Milazzo addita all’Italia.“. Fin da giovane nutrì fermo odio verso la tirannide borbonica, e « consacrò tutta la sua vita e gran parte dei suoi grandi averi alla causa della libertà italiana ». Studiò a Catania, Messina e Palermo, le lingue, le scienze economiche e politiche, e le letterature. Dopo aver partecipato ai moti liberali del 1820, l’8 settembre 1847 venne tratto in arresto nella sua città natia sotto la duplice imputazione capitale di promotore dell’insurrezione di Messina del 10 settembre, e di firmatario, con Carlo Poerio e Luigi Settembrini, della famosa « Protesta del Popolo delle Due Sicilie », del luglio dello stesso anno, contro il Governo borbonico. Mantenuto agli arresti in attesa d’essere sottoposto al giudizio della R. G. Corte di Messina, elevata a Corte Speciale, fu il solo Siciliano escluso dalla Grazia Sovrana del 14 novembre 1847. Prosciolto dalla prima imputazione per «l’insufficienza e la contraddittorietà delle prove a suo carico », il patriota milazzese fu lasciato languire nel Forte del Salvatore, a disposizione della G. Corte Criminale di Napoli, in attesa che s’istruisse il processo contro di lui e di Carlo Poerio, i due soli firmatari della « Protesta» caduti in mano alla polizia borbonica. Liberato il 18 gennaio 1848 in seguito ai moti patriottici dei giorni precedenti, il 7 febbraio — affermatasi l’azione rivoluzionaria, ed intensificatasi la lotta armata contro la guarnigione napoletana — fu chiamato dai Messinesi a far parte, quale componente del Comitato di Guerra presieduto da Gaetano Pisano, del primo Comitato Generale. Il 5 marzo successivo fu ancora chiamato a far parte del riorganizzato Comitato Generale di Messina, e del governo della città e della Provincia -ora affidato a G. Pisano- nella carica di Presidente del Comitato di Guerra. Sotto la sua presidenza si iniziò la guerra contro la munitissima Cittadella di Messina validamente tenuta dalle truppe regie, e che già aveva iniziato contro la città una violenta ed indiscriminata reazione.
Eletto plebiscitariamente Deputato di Milazzo al Parlamento di Sicilia (15 marzo 1848), il 20 marzo raggiunse Palermo ove prese parte alla seduta inaugurale del supremo consesso tenutasi in S. Domenico il 25 dello stesso mese. Contemporaneamente « il popolo di Messina lo ridomandò come il solo uomo capace di condurre quella guerra, e di reggere l’amministrazione di quella Provin-cia ». Il 29 marzo il Presidente del Governo di Sicilia, Ruggero Settimo, lo nominò Commissario Generale del Potere Esecutivo per la Provincia di Messina, « coll’alterego di tutti i poteri civili e militari ». Da Messina, sua seconda patria, egli riannodò le fila della grande cospirazione tra l’Italia e la Sicilia. «Mercè la sua opera, furono spenti gli odii municipali che da secoli dividevano le due principali città della Sicilia, Palermo e Messina ». Nominato il Gen. Ignazio Ribotti comandante delle forze rivoluzionarie, il Piraino, forte dell’appoggio del governo centrale, cercò disperatamente di superare le rivalità, le ambizioni personali, e le faziosità che turbarono, con grave danno per la causa comune, il fronte patriottico della città dello Stretto. Scatenatasi su Messina la violenta reazione borbonica (3 settembre 1848), si prodigò, con sfortunata abnegazione, nel condurre la strenua e valorosa difesa della città, senza, tuttavia, tralasciare dall’affrontare importanti problemi economico-sociali: vasto riordinamento amministrativo; concessione, da parte del Governo di Sicilia, dell’estinto privilegio del porto franco. Nel corso della vandalica repressione condotta dal Filangieri e dal Pronio, il Piraino non lasciò nulla d’intentato per salvare la martoriata città e la Sicilia dall’«estrema rovina». Fallite (6-7 settembre) le laboriose e disperate trattative di tregua con i regi condotte attraverso i rappresentanti dell’Inghilterra e della Francia, al Filangieri, che, per la sospensione delle ostilità poneva come unica condizione la pronta, assoluta sottomissione della città, rispose, con fierezza: «Nessuno oserebbe proporre al popolo, anco ridotto in quello stato, di sottomettersi a Ferdinando II ». Il Piraino si adoperò, con sovrumana abnegazione, a raccogliere e riorganizzare le disperse e superstiti guardie nazionali per porre in salvo gli inermi, e per tentare un’ultima difesa. «Fallita questa speranza —scrisse più tardi il patriota milazzese— il nemico non poteva arrestare la sua marcia che contro condizioni vergognose, sacrificando l’onore del Paese e della Rivoluzione ». Con generosità pari al suo alto patriottismo, il Piraino fu il solo dei numerosi esponenti rivoluzionari a non volere abbandonare anzitempo la martoriata Messina. «Dopo che su Messina ebbe ad imperare la disumana barbarie delle onde del Principe di Satriano», Domenico Piraino a stento sfuggì alla cattura da parte delle soldatesche borboniche, già padrone della città. «L’eroica difesa di Messina ha coperto di gloria la Sicilia intiera, ed a noi certo ne tocca una piccola parte; però non tacerò che il cuore ci sanguina per la tremenda sventura! A noi bisognava la vittoria, ed il Cielo accordò la palma del martirio... Voi avete fatto quanto umanamente si potea, e tutti i buoni ve ne devono eterna riconoscenza, e tale è qui la convinzione dei nostri amici. ». (da una lettera autografa del Marchese di Torrearsa, Presidente della Camera dei Deputati, diretta da Palermo -in data 13 settembre 1848- al Commissario del Potere Esecutivo in Messina, Domenico Piraino). Soffocata nel sangue la Rivoluzione Siciliana, il Piraino scampò esule a Malta. Qui lo raggiunse la notizia della sua condanna a morte in contumacia, e della precipua esclusione dalla successiva amnistia: “contro Piraino da Milazzo”. Da Malta, dopo un brevissimo soggiorno a Genova, si recò in Firenze da dove, espulso a causa delle sue relazioni con Lord Minto, fu costretto a riparare a Torino. Da Torino raggiunse quasi subito Parigi, e, successivamente, Londra (giugno 1854) ove, giovandosi dell’amicizia di Lord Minto, ottenne di farsi ricevere dal Primo Ministro britannico Lord Palmerston, al quale « espose, a nome dei suoi compatrioti, le infelici condizioni dei siciliani, e le speranze che sempre nutrivano di veder cambiata la loro sorte mercé il solo e potente patrocinio dell’Inghilterra ». Lord Palmerston -al termine di un colloquio infruttuoso- lo fornì di una lettera di presentazione per il Ministro degli Esteri Lord Clarendon, dal quale il Piraino tentò più volte, ma invano, di farsi ricevere. Apertosi il 25 febbraio 1856 il Congresso di Parigi, il Piratino -sebbene nutrisse scarsa fiducia nell’opera della diplomazia e fidasse nei moti rivoluzionari come il solo mezzo efficace per il riscatto della Sicilia e dell’intera nazione italiana- cercò d’inserire la sua opera, e la questione siciliana, nel giuoco diplomatico europeo: azione presso i plenipotenziari stranieri; discorso di Lord Russel alla Camera dei Lords (Londra, 6 maggio 1856) sulla situazione italiana, ispirato ed ottenuto dal Piraino grazie alla collaborazione di Lord Minto. Le speranze legate all’azione diplomatica non distrassero, però, la fiducia dell’esule nella «vera azione» la quale, anzi, ebbe nuovo vigore nell’ottobre del 1856 allorché la Francia e l’Inghilterra ruppero (21 ottobre 1856) i rapporti diplomatici con il Regno delle Due Sicilie. Ancora da Parigi (ottobre 1856), fu promotore di una sottoscrizione per l’acquisto di armi ed il finanziamento di una valida spedizione di volontari in Sicilia da lui strenuamente caldeggiata, e che, alcuni anni dopo, si sarebbe identificata, nelle sue linee generali nella vittoriosa epopea dei Mille: sbarco tra Trapani e Palermo e moto rivoluzionario nella Capitale dell’Isola. Dall’esilio intensa la corrispondenza tenuta con patrioti siciliani e con i nipoti Stefano Cambria e Pasquale D’Amico Piraino. Lettere in gran parte ancora inedite. Sul finire del 1859 tornò clandestinamente nell’Isola, provato nella salute del durissimo esilio. L’anno successivo, dopo la liberazione di Palermo da parte dei volontari garibaldini, tornò a porre se stesso al servizio della « santa causa» partecipando con alacre ed emerita attività al Direttorio dittatoriale. Il 4 luglio 1860, Garibaldi lo nominò Governatore della Provincia di Catania, carica che non poté accettare per la salute cagionevole. Con successivo decreto di Garibaldi, del 17 settembre fu chiamato a reggere -con Antonio Mordini, Prodittatore, e Nicola Fabrizi alla Guerra- la Segreteria di Stato agli Affari Esteri e Commerciali di Sicilia. Nominato nell’ottobre 1860 membro del Consiglio Straordinario di Stato in Sicilia, il Piraino fu tra gli elaboratori dell’irrealizzato schema amministrativo costituzionale, antesignano dello Statuto regionale, e documento tra i più importanti del processo storico dell’autonomia siciliana. Il 21 gennaio 1861, il Luogotenente Generale del Re, Gen. della Rovere, lo nominò Governatore della Provincia di Messina. Poco più tardi, il Piraino sedette a Torino, in Palazzo Carignano, come rappresentante della stessa circoscrizione, al primo Parlamento dell’Italia Unita, sin dalla prima storica seduta del 18 febbraio 1861. Costretto a rifiutare l’offerta fattagli dal Governo che lo esortava a scegliere la provincia italiana a lui più gradita per recarvisi come Prefetto, con decreto dell’8 agosto 1861 ottenne il ritiro -invocato per le sue condizioni di salute ed accompagnato dalle lodi del Ministro dell’Interno- dal governo della Provincia. Con R.D. 31 agosto 1861, Vittorio Emanuele Il gli conferì la nomina -nella categoria di «Coloro che per virtù e meriti avevano reso illustre la Patria »- di Senatore del Regno. Prestò il giuramento il 28 luglio 1862. Le sue « memorie » sulle rivoluzioni del 1847 e 1848 furono raccolte dal pronipote, dott. Giovanni Cambria fu Stefano, e parzialmente pubblicate in due volumi nel 1930. « Il Piraino fu — come scrisse Gioacchino Chinicò — il più illustre patriotta milazzese, e dei primi in Sicilia ad assurgere con alto sentimento italiano dal concetto dell‘indipendenza ed autonomia dell‘Isola nativa, al concetto più vasto e al gran moto secolare dell‘Unità Nazionale ». La Storia, onorando la sua anima eletta di patriota, a ragione lo ha consacrato fra le figure maggiori del risorgimento siciliano e nazionale.
Antonino Micale

Rapporti coi contemporanei e giudizi degli storici

Per esprimere un compiuto giudizio sulla complessa personalità del Piraino non si può prescindere dall’esame critico della sua copiosa corrispondenza, in cui, sovente, ci si imbatte in firme quali quella di Carlo Gemelli, Vincenzo Fardella, Giuseppe Natoli, Rosario Onofrio, Salvatore Sant’Antonio, Giovanni Interdonato, Michele Amari, Francesco Carlo Bonaccorsi. Da questi carteggi è possibile rilevare alcune sue interessanti valutazioni sulla situazione internazionale in determinati periodi di crisi. In una lettera inviata da Parigi al Torrearsa il 22 dicembre 1855 scrisse: “Le grandi po tenze si agitano, e non sarà difficile questa volta che il mondo vada in fiamme. Quando i grandi vengono in lot ta i piccoli corrono il rischio di essere sacrificati a’ loro interessi. Sono queste le condizioni presenti, e non è da meravigliarsi se le sorti del nostro paese non si presentano più così ridenti come lo erano un me se fa. La Russia travaglia con molta abilità per staccare la Francia dall’Inghil terra, e forse ciò riuscirà. La nuova conferenza preposta, la questione di Naechatel, la nota del Moni tore, la guerra alla Russia, l’occupazione del Mar Nero e dei Principa ti, la stretta alleanza dell’Inghilterra con l’Austria, l’insurrezione siciliana condannata dal governo Inglese e non ben accolta da quel popolo, e per ultimo, condannata dalla stampa Inglese, la fredda accoglienza fatta dai Veneziani all’imperatore, sono tutti argomenti gravi per convince re che la politica d’Europa rientra in una novella fase, e che il gover no inglese potrà stendere altre volte la mano verso colui che aveva messo al bando dalla civiltà europea.” Il contenuto di altre lettere evidenzia i dissidi che agitavano il composito mondo del fuoriscitismo siciliano: “Qui sventuratamente anch’io in questo istante -scrive da Genova il Torrearsa al Piraino il 14 ottobre 1956- trovomi pressoché isolato perchè Granatelli e Cordova mi considerano quasi come disertore per aver io detto a La Farina ch’io accetterei V.E. se questo governo volesse sostenere la nostra rivoluzione e riconoscesse le nostre istituzioni. Lo dis si, lo ripeto e credo di non aver fatto male....” Piraino rispondeva il 16 ottobre con queste parole: “Duolmi moltissimo la vostra discordia con Granatelli e Cordova. Sarà la maggior sventura che potrà avvenire al nostro infelice Paese. In que sto solenne momento il bene della nostra Patria ci comanda di stringerci più che nel nostro passato, sacrificando nel bisogno anche qualche personale simpatia. Io non condanno ciò che avete detto a La Farina, ma cre do che avreste fatto meglio di non palesarvi su d’un fatto difficilissimo a realizzarsi tanto per l’opera del Governo piemontese che per vole re degli alleati.....” In una successiva lettera il Torrearsa precisò il suo pensiero scri vendo: “Io non sono campione di V.E., né di Murat, né di qualunque al tro, e solo ripeto a tutti che in quanto a me mi troveranno sempre tra quelli che difenderanno l’autonomia Siciliana, e che a fronte a tutti sceglierà sempre quel partito che più mi assicurò d’una separazione assoluta da Napoli, ed al conseguimento dell’antico nostro desiderio. L’in dipendenza assoluta della Sicilia.” La nutrita corrispondenza che i due grandi patrioti, siciliani si scambiarono nel corso del decennio, palesava la loro posizione autonomista rispetto alla questione siciliana, ma Piraino si dimostrava più possibilista. Scriveva infatti l’11 agosto 1856: “E’ tempo che la nostra politica sia francamènte disegnata. Siamo italiani se l’unità ita liana è possìbile, se no Siciliani; non mai Napoletani, il cui gover no verso la Sicilia sarà sempre oppressivo, e più crudele di quello del lo stesso Fernidando…” In una missiva successiva a proposito delle difficoltà che si frappo nevano all’unificazione nazionale rilevava: “L’unità nazionale è una bellissima parola. Non sarà però per i tempi nostri una realtà. L’Italia è coscientemente municipale con cinque o sei capitali, e ciascuno vuol conservare la propria indipendenza e grandezza. L’unione di pochi emigrati non è quella dei siciliani, dei napoletani, dei fioren tini, degli stessi torinesi. Niuno vuol rinunziare alla propria autonomia E tutto ciò a prescindere dalle gravissime difficoltà d’abbattere quat tro o cinque dinastie a capo delle quali il Papato, la stessa casa di Savoia non si fa illusione per queste difficoltà ...” Un’altra lettera, che Giuseppe Natoli gli inviò da Genova il 23 ottobre del 1857, dà la misura dell’alto credito goduto dal nostro concittadino divenuto quasi simbolo della “sicula fortezza”. Scrive il futuro Ministro dell’Agri coltura: “Io colgo questa occasione per discorrerti di cose per la quale è lungo tempo che taccio. Ma anzitutto ti chieggo scusa se non più richiesto rientro nei fatti tuoi. Trovane la cagione nell’amicizia che per te sento grandissima, e nel dolore che proverei se vedessi menomamente offuscata la tua fama, o cimentata di pericoli la tua persona: en trambe cose che avverrebbero se ti risolvi allo sconsiderato passo di ritornare in Sicilia. Ogni uomo nel dramma del mondo ha scena chiusa, egli non debbe servire altrimenti la patria che conservando intatta la propria dignità. Nel rivolgimento siciliano del ‘48 tu avesti parte non solo principale ma culminante. Accettando la grazia del perdono tu scendi dal tuo piedi - stallo; ed il governatore di Messina da avversario del Borbone si tra muta in suddito pentito e graziato. I termini più o meno umili a nulla montano, la colpa sta nella cosa, l’affronto nella dimanda. Che se mi dici che ritorni per cospirare, per rifare il perduto, ti risponde rò che la patria non ha bisogno dell’opera tua; perché sei uomo affran to dagli anni, di salute mal ferma, per conseguenza di tanto tempo di esilio svezzato al lavoro; per la stessa cagione ignaro di uomini e cose del tuo stesso paese. La patria ti desidera modello. Esiliato, resterai modello di costanza; tornando, diventi esempio di debolezza.” Gioacchino Chinigò, nella biografia di Domenico Pirajno (encomiastica e celebrativa, ma che ha il pregio di procedere lungo tutto l’arco della vita del grande patriota milazzese e costituisce un buon avvio per ulteriori approfondimenti) scrive: “Il patriotismo in Lui fu sacrificio. Per oltre trent’anni con laborioso impavido amore, con ardente sincerità d’intenzioni, tra vigilie travagliose, tra fiere persecuzioni e tetri esigli, liberamen te prodigando le sue sostanze, cooperò al emancipazione della Sici lia, alla libertà d’Italia. La storia ha consacrato la sua figura tra le maggiori che illustrano la Rivoluzione siciliana … Di lui gli storici della nostra Rivoluzione hanno celebrato la fierezza magnanima, il patriottico purissimo amore, e nel Gennaio di quest’anno, a Palermo, un illustre superstite delle sicule insurrezioni, il Duca della Verdura, nella gloria dei rievocati cimenti del ‘48, mi diceva e ripeteva commosso: “Piraino...un bel carattere, un bel carattere…che bel carattere!” Nella postuma lode di quel solenne gentiluomo, degno continuatore della forte nobiltà dei Baroni del 1812, io sentii come consacrata dal giudizio sereno di un Nume giustiziere glorificata la memoria di quest’Italiano di Milazzo.” Fra gli storici italiani, Piero Pieri fu il primo che pose l’attenzione sul nostro concittadino e che, sia pur sommariamente, tentò di analizzarne la complessa figura. “La sua attività politica –scrive- abbraccia tre periodi: le cospirazioni dal 1837 al 1847, durante le quali il nostro fu in relazione con Nicola Fabrizi, coi fratelli Bandiera, col Ribotti, col Comitato di Napoli; la rivoluzione del 1848- 49; la politica siciliana e la questione fra repubblicani e annessionisti nel 1860.” E più avanti, nel commentare le “Memorie” del Piraino: “Non v’ha dubbio, si tratta di un’opera polemica: la rovina della rivo luzione portò con sè, al solito, un colluvio di accuse e di recriminazioni contenute in opere ampie e ben note, come quelle di La Masa e del La Farina, e in opuscoli, spesso anonimi, lettere aperte, foglietti vo - lanti, molti dei quali stampati a Malta nel 1849-50. Il Piraino vide criticata l’opera sua, spesso vivacemente, fino a essere indicato co me il maggior responsabile della caduta di Messina. Ma uomo integerrimo e carattere sdegnoso, non volle partecipare direttamente alla trista polemica: ‘le mie memorie -scriveva da Firenze il 17 maggio 1851- non dovranno esser pubblicate che in tempi migliori , ne’ quali ho somma fede”. Poi l’illustre storico ne delinea il pensiero politico: “Piraino è un moderato; e come tale fu accusato d’essere un pusillanime, sia d’essere un feroce con servatore. In una lettera del 22 giugno 1849, da Malta, egli scrive al nipote: ‘I fatti passati racchiudono una grande dottrina, e la lezione non dovrà andare perduta. La libertà senza l’ordine è un flagello; i popoli senza morale non possono essere liberi; tali sono stati i tristi esperimenti della rivoluzione di Sicilia’. E a più riprese ripete che non può esservi libertà duratura che non si fondi sopra un insieme di virtù civili profondamente radicate e veramente sentite, frutto di una lunga educazione sia dei ceti inferiori, sia più ancora, della clas se dirigente.” Nel 1963 Luigi Tomeucci nel suo corposo lavoro dal titolo “Messina nel Risorgimento”, largo spazio dedicò all’attività svolta dal Piraino, ma mostrò di nutrire nei confronti del nostro concittadino una sorta di antipatia che non di rado ne inficiò il giudizio. Significativo in proposito appare il seguente passaggio: “ In siffatto groviglio di intrighi, d’egoismo, di odi privati e pubblici e di acerbe critiche venne a trovarsi D. Piraino, che conosceva uomini e cose di Messina per avervi diretto fino a po chi giorni prima il Comitato di guerra. Vi ritornava col potere assoluto di Commissario del governo e, quindi, con l’incarico di sostenere la politica e, in modo particolare, le vedute del suo protettore Mariano Stabile. Per la sua fedeltà alla politica palermitana, per debole sensibilità verso la particolare situazione militare di Messina, per la sua incompetenza di cose di guerra e per la sua ambizione, ebbe in Messina, anche perché della Provincia, più avversari che sostenitori, se non che, obbiettivaniente, si deve considerare un egregio patriota che tentò di frenare il malcostume politico e l’arrivismo e le cui azioni furono condizionate dalle sue idee, dal tempo in cui visse e dai suoi umani difetti. A Messina sarebbe occorso, in quel periodo eccezionale, un uomo di tempra non comune, ma il Piraino fu soltanto un uomo qualun que con un incarico straordinario in un tempo d’eccezione.” Ancora più avanti il Tomeucci, a proposito dell’opera svolta dal Piraino così si esprime: “Più delicata e difficile si presentò la scelta del personale, perché fu astretto a non dimenticare la ipersensibilità e la eccitabilità dell’opinione pubblica per questo o quel funzionario, e il pandemonio che era nato, pochi giorni avanti, sulla questione delle epurazioni ed era tutt’altro che scontato. D’altra parte, la nuova ammini strazione rivoluzionaria non poteva arbitrariamente e dissennatamente spezzare ogni rapporto con la passata gestione almeno per taluni ordini di cose e doveva per necessità servirsi di personale esperto in specifi ci rami, se non voleva scivolare nella più caotica babele. Il Piraino per ciò richiamò in servizio qualche abile funzionario della cessata Intendenza non troppo in vista politicamente, al luogo di altri impiegati, colti e sperimentati, ma per il momento in disgrazia. La sua scelta cad de anche, opportunamente, su alcuni patriotti, i quali cercarono in ve ro, di sopperire all’incompetenza con l’alacrità. Non ostante l’avvedu ta prudenza del Piraino, la critica non risparmiò i suoi criteri di scelta, sia. per gli impiegati richiamati, sia per i novelli. Sopra tutto, il veleno dei partigiani della intransigenza s’appuntò sull’applicato criterio della ‘fusione’, consistente, per l’interesse della Patria e dell’amministrazione, nella reintegrazione nell’impiego di quei funzionari che non si erano resi colpevoli di sfacciato borbonismo. Comunque, nonostante la sorda opposizione, l’amministrazione della Provincia di Messina acquistava una certa unità di direzione. Subito dopo, con notevole coraggio, affrontò l’impopolarità nelle formazioni militari irregolari, invitando i tre neo-generali a dimettersi … Saggiamente il Piraino s’accinse a calmare l’agitazione che la Commissione aveva suscitato nella classe degli impiegati, promettendo a costoro che sarebbero mantenu ti e rispettati nei loro posti … I provvedimenti del Piraino ripor tarono la calma nella piccola e media borghesia impiegatizia, assicurando in tal modo, alla città servizi amministrativi indispensabili alla sua vita … Data la situazione, il Commissario non aveva una via d’uscita e lo ammetteva la stessa opposizione, poiché i funzionari compe tenti ed onesti provenivano dall’amministrazione borbonica; i nuovi era no inidonei e considerati corrotti … Licenziati i primi, perché giudi cati infidi, rimanevano i secondi, con i quali la cosa pubblica sareb be precipitata nel caos … Molto opportunamente, così com’era stato fatto in Palermo, il Commissario Piraino il 19 Maggio affidò interamen te alla Guardia Nazionale e a due Compagnie di Guardie Municipali il servizio di sicurezza interna, esonerando in pari data, da tale compi to la squadra dei volontari...” - Malgrado la sua “mediocrità” -lo ammette lo stesso Tomeucci- il Piraino fu egregio patriota, sagace e prudente amministratore pronto a combattere ogni forma di corruzione, e non gli mancò il coraggio di compiere scelte impopolari. Se a ciò si aggiungono le obbiettive condizioni di difficoltà in cui fu costretto a operare, circondato da nemici interni ed esterni, allora si può veramente ripetere che “la virtù è nella mediocrità”.
Girolamo Fuduli

Lo stabilimento del Tono

Siamo abituati a pensare alle tonnare soprattutto come parte di un patrimonio tradizionale di usi ormai perduti, o come luoghi di una società ormai scomparsa: sono di solito relegate nel folklore o nella nostalgia. In realtà se si vuole comprendere che cosa abbiano rappresentato le tonnare per molti secoli, bisogna considerare che esse erano innanzitutto imprese economiche, e che la loro evoluzione, fino alla quasi totale scomparsa è un capitolo importante, e credo ancora da studiare, della storia economica dei paesi del Mediterraneo, e in particolare della Sicilia e della Sardegna, le due regioni che hanno avuto il maggior numero di tonnare in esercizio fino a tempi relativamente recenti. Partendo da questo punto di vista, cercherò di delineare un capitolo circoscritto della storia della tonnara del Tono di Milazzo, il tentativo cioè di trasformarla da impianto rivolto unicamente alla pesca stagionale a industria a “ ciclo completo”, che prevedeva, oltre alla pesca, anche la conservazione e la commercializzazione del prodotto. In Sicilia le numerose tonnare “di corsa”, quelle cioè che pescavano i tonni prima che deponessero le uova, avevano una stagione di pesca piuttosto breve; di solito le operazioni di “calo cominciavano ai primi di maggio (tradizionalmente il 3 di maggio, festa della croce, da cui forse il termine “cruciatu” per indicare la prima operazione di posa delle reti) e si concludevano con la fine di giugno. Due mesi scarsi, calcolando il tempo necessario per disporre in mare l’attrezzatura e poi per ritirarla, operazioni queste complesse e soggette fra l’altro a determinate condizioni di mare e di vento. Il pescato veniva in parte venduto fresco, e in parte veniva conservato o sotto sale o sott’olio in barili di legno. Ambedue queste tecniche però garantivano una conservazione di qualche mese soltanto e il prodotto quindi doveva essere rapidamente venduto entro la fine dell’estate. Nel 1868 fu perfezionata la tecnica della conservazione sott’olio, e il pesce fu preparato non più in barile ma in scatole di latta, al riparo dall’aria. Ciò assicurava una conservazione molto più lunga, anche di anni, e apriva la strada a molte novità per le tonnare, che avrebbero potuto immettere il pesce conservato durante un arco di tempo più lungo e non sarebbero state costrette a svenderlo, a volte sottocosto. La nuova tecnica, più complessa di quella tradizionale, esigeva però la costituzione di stabilimenti con ingenti impieghi di capitali e solo le tonnare più grandi potevano permettersi di affiancare all’attività della pesca, anche l’industria conserviera. Sorsero quindi numerose industrie di conservazione soprattutto ad opera specialmente di imprenditori genovesi che compravano il pesce dalle tonnare cercando naturalmente di ottenerlo a prezzi prefissati, per poter pianificare i costi di produzione. In questo contesto va situata la vicenda della costruzione e della gestione dello stabilimento del Tono, i cui fabbricati sono tuttora ben visibili sulla spiaggia di Ponente, anche se ormai trasformati in centro turistico. Verso il 1890 in Sicilia lo stabilimento di lavorazione più grande e più moderno era quello dei Florio a Favignana, che lavorava il pescato delle due tonnare Florio, di Favignana e di Formica. Era un’impresa economica di notevole peso, che agiva in sinergia con tutte le altre componenti dell’impero economico dei Florio: basti pensare che le tonnare pescavano una media di oltre 5.000 tonni l’anno, e che la commercializzazione del prodotto, sia fresco che conservato, era facilitata dalla rapidità di trasporto effettuato con i grandi piroscafi della flotta Florio. La industria conserviera integrava quindi la attività di pesca e consentiva di regolare l’immissione di pesce sul mercato, mantenendo stabile il livello dei prezzi. Avevano uno stabilimento di lavorazione, di non grande importanza e non sufficientemente aggiornato, anche le tonnare di s. Giuliano, di Bonagia e di Solanto (che lavorava anche il pescato della tonnara di sant’Elia), situate fra Palermo e Trapani. Nel golfo di Patti vi era un unico stabilimento, moderno e ben attrezzato, costruito dalla famiglia milazzese dei Cumbo Borgia, proprietaria delle due tonnare di S. Giorgio e di Patti Esso era stato ingrandito e ammodernato nel 1885 quando i Cumbo avevano cominciato a calare regolarmente la tonnara di Patti, che era stata a lungo inattiva. I risultati economici però, almeno per i primi anni, non erano stati buoni e, come attesta l’Agente delle imposte di Milazzo, nel 1885 e 1886 non si era arrivati a coprire neppure i 2/3 delle spese sostenute. Le tonnare di Oliveri e del Tono pare avessero avuto in passato piccoli stabilimenti di lavorazione, all’epoca abbandonati probabilmente per difficoltà economiche. Per ciò che riguarda il Tono in particolare, sono dell’avviso che lo stabilimento non lavorasse il tonno in scatola, ma semplicemente il tonno in barile, soprattutto sotto sale, con ogni probabilità nella zona situata accanto alla casa D’Amico-Faranda, e ora occupata da una costruzione moderna; quella zona infatti, fino a non molti anni fa, era chiamata “La loggia”, nome che nelle tonnare indicava il luogo di lavorazione del pesce, e vi era una volta un “appiccatoio”, cioè un impianto di pali dove si “appiccavano i tonni per dissanguarli, procedimento necessario e preliminare alla lavorazione del prodotto. Alcuni stabilimenti di lavorazione non appartenevano ai proprietari delle tonnare ma comperavano il pesce fresco da vari fornitori: a Oliveri ve ne era uno di modeste dimensioni, condotto da Croce, Cento e F., mentre pare che a Milazzo ve ne fossero ben quattro, appartenenti alle ditte Fratelli Gabelli, Lo Presti Giuseppe, Croce, Cento e F, succursale di quella di Oliveri, e De Col Giuseppe; non ho notizie precise di queste piccole industrie, ma esse, nel 1884 non erano più in attività: probabilmente la loro redditività era legata alle tonnare di Milazzo, che in quel periodo erano ormai ridotte a due soltanto, quella del Tono, in condizioni non molto floride, e quella di Sant’Antonino, piccola “tonnarella” che pescava una cinquantina di tonni a stagione. Apro qui una parentesi per delineare la situazione delle tonnare di Milazzo negli anni 1880-1890 e fornire qualche dato sulla loro situazione economica, riservandomi di ampliare l’argomento se ve ne sarà occasione. A Milazzo si ha notizie di numerose concessioni per il calo di tonnare, ma bisogna tener presente che non sempre alla concessione corrispondeva l’effettivo esercizio dell’attività di pesca, e che comunque esso era spesso saltuario. In quegli anni funzionava con continuità solo la tonnara del Tono, di proprietà degli eredi D’Amico e di Pietro Calapaj che veniva calata nella Baia del Tono. Era una tonnara di medie dimensioni e pescava, salvo casi eccezionali, tra i 500 e i 1000 tonni a stagione. Nella vicina baia di S. Antonino veniva calata la “tonnarella” di S. Antonino (allora di proprietà di Paolo Greco e di Giuseppe Vadalà e poi comprata dai D’Amico e Calapaj). La tonnarella era costituita solo dal corpo di reti centrale, e aveva un impianto molto semplificato rispetto alla vera e propria tonnara; pescava prevalentemente pesce di piccole dimensioni, e solo una cinquantina di tonni all’anno. A Vaccarella vi era una tonnarella, calata di solito sotto il convento dei Cappuccini, e pescava anch’essa poco. Fu calata occasionalmente, e per l’ultima volta nel 1885. La tonnara di Capo Bianco o del Pepe cambiò spesso luogo di calo e fisionomia; a volte era calata come tonnarella e a volte come tonnara grande, per lungo periodo a levante sotto la costa “Paradiso”, ma non fu mai molto pescosa e venne presto abbandonata. La tonnara grande del Porto era invece di proprietà demaniale, e veniva data in affitto di volta in volta. Negli anni 1884 –1885 era stata messa in esercizio da una ditta guidata da Felice D’Amico, ma le perdite economiche erano state tali che gli affittuari avevano chiesto la rescissione del contratto. La situazione quindi non era facile, dato che la vendita del pesce fresco e di quello salato non riusciva a remunerare il capitale impiegato e spesso neppure a coprire le spese dell’anno. Vi erano infatti delle spese fisse, per il rinnovo dei materiali soggetti a rapida usura, per la manutenzione delle barche, e per i salari del personale, che pure erano molto bassi. Il sistema di tassazione inoltre aggravava i problemi perché comprendeva, oltre naturalmente alla tassa sul reddito, che dipendeva dal pescato, e variava ogni anno, una imposta fissa sui fabbricati, relativa a magazzini e impianti a terra, che doveva essere pagata anche quando la pesca era scarsa. D’altra parte, una pesca molto abbondante faceva crollare i prezzi del pesce fresco, e non è raro in quegli anni leggere nelle cronache che, talvolta, i tonni veniva ributtati in mare non riuscendo a venderli e non potendo conservarli per lungo tempo. Arrivare quindi a integrare la attività di pesca con quella della conservazione “moderna”, cioè in latte sott’olio era, anche per le tonnare medie, come quella del Tono, una necessità vitale, ma per impiantare uno stabilimento conserviero era necessario denaro liquido, che le tonnare difficilmente avevano, dato che la redditività degli impianti di pesca, rispetto al capitale impiegato era piuttosto bassa, fra il 2,5 e il 4%, e soprattutto molto incostante nel tempo. Oltre a ciò bisognava apprendere una tecnica nuova poco nota a chi fino ad allora si era limitato alla pesca e alla conservazione con i poco costosi metodi tradizionali. Un primo passo. Nel 1898 si arrivò a un passo decisivo, probabilmente preceduto da laboriose trattative, di cui però, allo stato attuale della documentazione, non ho tracce precise. I proprietari delle tonnare di S. Giorgio, di Oliveri e del Tono firmarono una convenzione con un gruppo di imprenditori genovesi, rappresentati da un certo Giovanbattista Roccatagliata impegnandosi a cedere tutto il tonno pescato nelle rispettive tonnare al prezzo fisso di 36 lire a quintale (oggi £. 242.000), con una tara del 12% in maggio e del 14% in giugno. Il gruppo genovese da parte sua, avrebbe costruito uno stabilimento per la conservazione del tonno sott’olio “nella località del golfo di Patti che loro parrà più conveniente”. La convenzione aveva una validità di nove anni, e alla scadenza i genovesi avrebbe potuto esercitare un diritto di prelazione. Evidentemente lo stabilimento di S. Giorgio, che abbiamo visto in esercizio in quegli anni, era destinato alla chiusura, e la stessa sorte dovevano seguire gli impianti per la salagione presenti nella tonnara del Tono. Con una clausola del contratto infatti, i genovesi si impegnavano ad acquistare dai Cumbo e dai Calapaj e D’Amico “attrezzi, casse, barili, scatole ed altro esistenti nei locali di lavorazione del tonno”. L’attuazione di questo accordo poteva segnare una svolta nel modo di impostare i problemi della conservazione e della commercializzazione del pesce: l’unione di tre tonnare, una delle quali, Oliveri grande e pescosa, e il rapporto definito con un vero e proprio gruppo industriale che avrebbe apportato tecnologia e capitali, costituiva certamente una possibilità importante di far nascere una industria di buone dimensioni. Non abbiamo documenti precisi sull’esito di questo contratto, ma non pare che lo stabilimento promesso sia stato subito costruito. La tonnara di Oliveri, la maggiore delle tre, fu travolta dal fallimento dei proprietari e nel 1903 andò all’asta e fu aggiudicata ai D’Alì Staiti per L. 460.000 (oggi £.3.055.000.000); i Calapaj e D’Amico avevano concorso anch’essi all’asta, ma avevano offerto una somma minore: l’intento era probabilmente quello di riuscire ad ancorare definitivamente la tonnara di Oliveri a quella del Tono, e riprendere quindi con maggior forza l’accordo con i Genovesi, al fine di ottenere la costruzione dello stabilimento, che pare avesse subito ritardi in seguito a questa vicenda. Lo stabilimento del Tono. L’uscita di Oliveri dal gruppo imponeva quindi di rivedere il problema dello stabilimento secondo una diversa prospettiva, più legata al Tono, dato che di fatto S. Giorgio aveva già la sua industria. Nel maggio del 1905, quindi, Giovanbattista Roccatagliata chiese al Comune di Milazzo la concessione di un terreno in contrada Tono per farvi sorgere uno stabilimento di lavorazione del tonno; era stato in realtà Pietro Calapaj a interessarsi della procedura e a seguire tutta la pratica, appoggiandola al barone Ryolo che era allora prosindaco: la zona scelta e in cui fu successivamente costruito lo stabilimento, faceva parte della strada comunale “Spiaggia di Ponente”, che andava dalla Tonnara (attuale angolo degli arsenali) al torrente Mela, e che era larga ben 35 metri; il Comune cedette una ampia fascia di questa strada, con delibera del 6 luglio 1905, proprio per favorire il sorgere di una industria in un periodo di grande disoccupazione, mentre il resto del terreno necessario fu acquistato dal Demanio. Da parte dei proprietari del Tono si lavorava intanto per cercare un nuovo accordo con il gruppo genovese, in modo che lo stabilimento fosse legato molto strettamente alla loro tonnara, e potesse diventarne, in prospettiva, parte integrante, come accadeva a S. Giorgio o a Favignana. Anima di queste trattative fu appunto Pietro Calapaj, avveduto uomo d’affari messinese, anche perché da parte D’Amico, morto il marchese Felice e l’ing. Francesco, che nei periodi precedenti si erano avvicendati al Calapaj nella gestione della tonnara, rimaneva solo la vedova marchesa Rosaria con due figli minori, Caterina e Tommaso. Punto di arrivo di queste trattative, che intravediamo assai laboriose e complesse, fu un nuovo accordo stabilito il 29 agosto 1907. Cambiavano i protagonisti: questa volta fu la sola tonnara del Tono a stipulare il contratto con una ditta appena costituita, la “Tonnare riunite” fondata da Giuseppe Massone e Pietro Lagomaggiore, genovesi ambedue, e che avevano già sottoscritto, insieme ad altri ora usciti dalla cordata, il contratto del 1898. I D’Amico e Calapaj si impegnavano a cedere il 92% del tonno pescato al prezzo fisso di 38 lire al quintale (oggi £. 233.000) per la durata di dodici anni, cioè fino al 1919; a compenso di un prezzo più basso di quelli di mercato, però, alla fine del contratto i D’Amico e Calapaj sarebbero entrati in possesso dell’intero stabilimento e di tutta l’attrezzatura senza alcun ulteriore spesa. Inoltre in base a una clausola era previsto che una persona di fiducia dei proprietari della Tonnara potesse frequentare lo stabilimento per imparare la tecnica di conservazione del pesce. Accortamente quindi Pietro Calapaj aveva ottenuto la vendita certa di tutto il pescato, anche se a un prezzo non alto, e dopo dodici anni, la proprietà dello stabilimento, senza peraltro che venisse fissata una quantità minima di pesce da cedere ogni anno; se la tonnara avesse pescato poco, gli industriali avrebbero potuto però lavorare tonno di altra provenienza. Fra il 1907 e il 1908 fu costruito lo stabilimento, almeno nelle sue parti essenziali: la tonnara del Tono sembrava potesse finalmente assicurarsi quella dimensione quasi industriale che era indispensabile per continuare a calare. La guerra del 1915-18 però venne a sconvolgere una situazione che sembrava finalmente consolidata. L’altissima inflazione di quegli anni aveva fatto lievitare bruscamente e in modo rilevante il prezzi del materiale necessario per il calo (corde, ancore, barche, etc.) mentre le 38 lire al quintale concordate con le “Tonnare riunite” erano diventate una cifra irrisoria, assolutamente insufficienti a coprire le spese correnti. Nel febbraio del 1918, dopo quasi due anni di trattative, si fece un nuovo accordo: il contratto sarebbe stato prolungato di cinque anni, fino al 1924, ma il prezzo del tonno sarebbe stato di 100 lire al quintale per gli anni 1917-19 e di 50 lire per gli anni 1920-24; se rapportiamo queste cifre ai prezzi di oggi, ci rendiamo facilmente conto dei problemi finanziari in cui ci si stava dibattendo. Le 100 lire del 1917 equivalevano infatti a circa £. 317.000, ma già l’anno successivo l’inflazione ne aveva ridotto il potere d’acquisto a £. 227.000, e nel 1919 a £. 223.000, cifra inferiore a quella percepita prima della guerra. Si capisce bene come la prosecuzione del contratto, inizialmente prevista, sarebbe stata un completo disastro per la tonnara che avrebbe dovuto lavorare in perdita per ben cinque anni. Nell’ottobre di quello stesso anno, i Calapaj e D’Amico decisero di non rinnovare il contratto; la “Tonnare riunite” non vi si oppose, forse perché aveva già ammortizzato il capitale inizialmente impiegato, e l’anno successivo fu messa in liquidazione; il 31 agosto 1919 quindi, la proprietà dello stabilimento passò, secondo gli accordi, ai Calapaj e D’Amico. Si era arrivati alla fine di un lungo processo, direi di una trama sottile, che Pietro Calapaj aveva cominciato a organizzare fin dal 1898, intesa a completare la tonnara vera e propria con una collegata attività industriale, ma intanto molte cose erano cambiate: Pietro Calapaj, ormai anziano e duramente provato dalla morte di due delle sue tre figlie, non aveva più l’energia di un tempo; la sua quota di tonnara era passata al nipote Giovanni Giulio Calapaj allora minorenne, sotto la tutela del padre Giovanni Raoul, che, come tutore, cominciò a prendere in mano l’impresa. L’altro proprietario, il marchese Tommaso D’Amico, allora poco più che trentenne, stava ancora facendo il suo apprendistato: mancava in quel momento critico chi poteva sfruttare a fondo le potenzialità dell’industria conserviera già impiantata, ma che certamente, dopo dodici anni, doveva essere aggiornata e modernizzata. Si scelse così la via più facile e lo stabilimento venne dato in gestione al milazzese Stefano Del Bono che lo condusse dal 1920 fino al 1924.. La “Tonnare riunite” aveva offerto al Del Bono di vendergli anche il marchio di fabbrica per L.5000 (oggi £. 11.000.000), e il Del Bono aveva chiesto una riduzione a L. 4000 (oggi £.9.000.000): non sappiamo se vi fu un accordo in tal senso, e se in quel periodo sia stato registrato un nuovo marchio o mantenuto quello precedente. La “Calapaj & D’Amico”. Scaduto il contratto d’affitto con il Del Bono, dal 1924 al ’28 in modo informale, e nel 1928 con regolare iscrizione alla camera di commercio, finalmente fu costituita una società fra il marchese Tommaso d’Amico, Giovani Raoul, e Giovanni Giulio Calapaj (ancora minorenne) “esercente l’industria della pesca, la conservazione di sostanze alimentari, e la conservazione del tonno e di altri pesci all’olio di oliva” (8 ottobre 1928) con il nome di “Calapaj e D’Amico” e capitale sociale di L. 100.000 (oggi 137.000.000). Sotto una unica denominazione veniva alla fine riunita l’attività della pesca, quindi la tonnara, con l’attività di conservazione, quindi lo stabilimento, che, almeno nelle intenzioni si voleva ampliare anche ad altri prodotti. Lo stabilimento era però molto vecchio, e sostanzialmente non rinnovato dal suo primo impianto nel 1908, tanto che nel 1929 una stima ufficiale faceva ammontare a ben £.307.000 (oggi 414 milioni circa) la somma necessaria per la manutenzione. Iniziò quindi un notevole lavoro di adeguamento che appare però, dai documenti, da una parte troppo ambizioso e dall’altra non ordinato secondo una precisa strategia aziendale. Furono costruiti nuovi magazzini e un frigorifero, furono comprati alcuni pescherecci per poter svolgere attività di pesca anche al di fuori della tonnara e si iniziò a fare anche conserve di pomodoro e di altri ortaggi. Accanto a queste logiche e comprensibili integrazioni della attività principale, furono prese una serie di iniziative collaterali assai dispendiose: dall’impianto di una segheria per preparare le cassette da imballaggio a un’officina meccanica attrezzata, fino a un cantiere navale per la costruzione di navi in legno da 18 a 30 metri!. Per fortuna in quegli anni la tonnara pescava molto (da 1000 a 3000 tonni l’anno fra il 1928 e il 1942, con solo due annate scarse, il 1929 e il 1930) e forniva quindi denaro liquido in abbondanza per tutti i lavori dello stabilimento e per i salari degli operai che in certi anni arrivarono a 100 unità. Ma quando, dopo la guerra, dal 1945 in poi, la tonnara cominciò a pescare meno, anche lo stabilimento si trovò in difficoltà. Le due attività, tonnara e stabilimento, sempre meno distinte fra loro, cominciarono ad assommare i loro debiti, che nel 1945 erano già di £. 15.000.000 (£. 865.000.000 attuali). Lo stabilimento ridusse la produzione e si ricominciò a vendere preferibilmente il tonno fresco; la maggiore velocità dei trasporti, effettuati con i camion e la conservazione del pesce in celle frigorifere permettevano introiti immediati, ed evitavano l’onere del rinnovo degli impianti di conservazione e della organizzazione di una rete commerciale efficiente. Si continuò per qualche anno a produrre una piccola quantità di tonno sott’olio per uso locale, affiancato dalla preparazione del tradizionale pesce sotto sale e di bottarga. Nel 1954 la situazione era molto difficile, e mentre un socio, Tommaso D’amico era in grado di ripianare i debiti con il proprio patrimonio personale, l’altro socio, Giovanni Giulio Calapaj dovette vendere una parte della sua quota di tonnara alle figlie di Tommaso D’Amico, chiedendo contemporaneamente lo scioglimento della società. Il 21 luglio 1957, dopo 33 anni di alterne vicende, la ditta Calapaj e D’Amico venne posta in liquidazione “data la impossibilità di conseguire l’oggetto sociale a causa delle ingenti perdite nelle gestioni passate”. Qualche giorno dopo Giovanni Giulio Calapaj vendette le rimanenti quote della tonnara, compreso i locali del vecchio stabilimento ormai inattivo, a Maurizio Bonaccorsi. Dopo pochi anni anche la tonnara chiuse definitivamente.
Fonti di questo studio sono, per il periodo fino al 1890, gli Atti della commissione reale per le tonnare. Ministero di agricoltura, industria e commercio. Divisione industrie, commerci e credito, Roma, Tipografia Eredi Botta, 1889 Per il periodo successivo i documenti conservati negli Archivi notarili di Messina, Roma e Genova e corrispondenze private. Il valore attualizzato della lira è determinato mediante i coefficienti di trasformazione sulla base degli indici dei prezzi al consumo (elaborazione di V. Schiavetti su dati ISTAT pubblicata da Il Sole 24 Ore). Per il cambio in euro dividere la cifra rivalutata per 1936,27.

Anna Maria Calapaj

Rinvenimento di un mosaico romano nell’ex convento di S. Francesco di Paola

Nel 1936, con questo articolo gli “Atti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Notizie degli scavi di antichità, pubblicate d’accordo col R. Istituto di archeologia e Storia dell’Arte”, davano conto della casuale scoperta, avvenuta a Milazzo due anni prima. di un mosaico di età romana, certamente parte del pavimento di una villa, che sorgeva sull’ameno colle rivolto ad oriente. Gli scavi non furono,poi, mai continuati (benchè, ora più di allora, sarebbe interessante conoscere il rapporto esistente fra questa villa e quelle di Patti e di Terme Vigliatore), ed anzi il mosaico venne ricoperto con un tavolato che lo nasconde e lo sottrae, ancora oggi, ai visitatori che pure, fra pochi mesi, cominceranno il loro giro turistico diretto al castello partendo dall’ Antiquarium allestito nel vicino ex Carcere borbonico. Dopo il breve scritto di Arias, che qui riproponiamo, nessun altro studioso si era più interessato del mosaico, fino al 1983, quando Dela von Boeselager nel volume “Antike Mosaiken in Sizilien” (di una parte del quale pubblicheremo la traduzione nel prossimo numero) ne diede una diversa interpretazione, anticipandone la datazione di quattro secoli, dall’età degli Antonini (II sec. d.C.) al II sec. a.C. , e cioè all’età ellenistica.

Nelle vicinanze del Castello di Milazzo, ora adattato per le carceri giudiziarie, durante alcuni lavori di costruzione della palestra ginnastica della Regia Scuola secondaria di Avviamento al lavoro, sita nell’ex convento di San Francesco di Paola, nel novembre 1934, venne rinvenuto un frammento di pavimento romano a mosaico. Il fondo del pavimento è costituito da un opus sectile formato di coccio pesto e di radi tasselli bianchi di marmo, disposti in stile regolari, a distanze uguali. Il frammento di pavimento che restaè di m. 4,84 x 2,90 circa. Quasi al centro di esso è un rettangolo a fondo bianco incorniciato da fasce di tasselli rossi bianchi e neri con una snella figurina nel mezzo. Davanti a quest’emblema è un altro quadrato (0, 77 di lato) bianco, delimitato da fasce di tessere rosse, bianche, rosse nere. La figurina centrali che incede sulla punta dei piedi a sinistra, volgendo il capo allo spettatore, è incoronata di lauro, nuda e porta con le mani uno specchio ovale. Una fila di tasselli neri, disposti a reticolato, forma la base di questa leggiadra figurina dal petto carnoso (i capezzoli sono resi con una tessera rossa) e dal lieve chiaroscuro: è un opus vermiculatum abbastanza curato. Sarebbe prematuro, dopo un rinvenimento così sporadico -tanto più che accurate ricerche condotte nelle immediate adiacenze non hanno dato alcun risultato concretocercar di concludere qualcosa di preciso sull’ambiente antico che il piccone degli operai ha rivelato. Ma dalla natura della figurina che reca un oggetto destinato alla cura della persona, si dovrebbe pensare di essere in un bagno di qualche villa romana. Ad un ingresso in simile edificio farebbe pensare anche il piccolo tappeto quadrato che precede l’emblema centrale. Da certe caratteristiche del vermiculatum della figurina, parrebbe trattarsi di un’opera dell’età degli Antonini. Ma troppo poco è offerto, sinora, al nostro giudizio, per concludere seriamente. Non è senza interesse che in Milazzo, dove sin dall’età augustea Roma aveva impresso i segni del suo dominio occupando il celeberrimo santuario di Artemis Phacelitis, -la cui cerca, se pur ardua, presenta un interesse vivo, forse fecondo di risultati, sagacemente intuito anni orsono dalla Pace (Studi siciliani- Artemis Phacelitis, pp. 85-93)- appaia oggi questo modestissimo documento musivo, che è uno dei pochissimi, se non unici, dati reali che ci provano la verità delle affermazioni e gli scrittori antichi su Mylae. La R. Sovrintendenza alle Antichità non ha mancato di far ricoprire il mosaico con legname e di raccomandare di cingerlo in modo che esso venisse ben conservato. L’apparizione, infine, d’un resto antico nelle vicinanze dell’Acropoli di Mylae, dove oggi sorge il castello che perpetua indubbiamente la tradizione antica di abitazione, è da tenere presente.
Paolo Enrico Arias

A Milazzo nel 1804

Nel 1815, Carlo Gottardo Grass, pittore, poeta e scrittore, nato nel 1767 a Serben (in Livonia, tra Estonia e Lettonia), ma formatosi culturalmente in Svizzera, pubblica a Stuttgart-Tubinghen le impressioni del suo viaggio nel 1804 in Sicilia. Giunto nell’isola con lo scrittore Filippo Giuseppe von Rehfues e l’architetto Carlo Federico Schinckel, lascia costoro a Catania per proseguire da solo il suo viaggio, il racconto del quale costituisce un’opera monumentale in due volumi, illustrati dall’autore. Certamente sollecitato dagli scritti di Winckelmann, di Schiller e di Goethe, e dall’incontro diretto con Goethe nel 1791, affronta il faticoso viaggio per l’isola con animo romantico e, conseguentemente, non può non rimanere incantato dai colori e dalle luci mattutini o serali, che in più di un’occasione descrive con vena lirica e rapita ammirazione. Alcuni stralci delle memorie di Grass, tradotte dal tedesco da Tindaro Gatani, sono stati pubblicati: la parte relativa a S. Angelo di Brolo con l’introduzione di Nicola Fazio (Pungitopo ed., Patti, 1992); quella relativa al soggiorno a Brolo e Patti con la postfazione di Michele Spadaro (EDAS, Messina, 1996). Grazie alla cortesia dello stesso Spadaro possiamo pubblicare le poche pagine relative a Milazzo, dove il Grass giunse il 15 settembre 1804.

Il caso mi era stato favorevole perché, proprio al mio arrivo sulle alture di Tindari, avevo incontrato un uomo dei dintorni che mi promise, per una modica ricompensa, di venire a prendermi il mattino seguente per poi accompagnarmi a Milazzo. Venne a prendermi prima del sorgere del sole e nel silenzio più assoluto ci mettemmo in viaggio. Passò una buona mezzora per scendere la ripida discesa della montagna e raggiungere, all’inizio della sottostante pianura, una capanna che era l’abitazione della mia nuova guida. Ci fermammo e la moglie di Angelo Vitali, appena riconobbe la chiamata della voce del marito, venne fuori dalla capanna con viso allegro e dopo che egli disse “ho da portare quest’uomo a Milazzo” (in italiano nel testo) ella salutò cordialmente anche me. Venne quindi acceso un grande fuoco ed ella si mise a preparare la piccola colazione che io avevo chiesto. Mentre aspettavo e guardavo l’interno della piccola abitazione e i pochi utensili domestici, feci alcune domande e fra le altre anche quella se il bambino che le stava silenzioso accanto fosse il loro unico figlio. La donna si fece allora avanti, si avvicinò al letto, alzò le coperte e disse: “Ne ho fatti quattro”. Lo spazio della piccola casetta era quasi tutto occupato dalla cucina e dal letto. Da Oliveri a Milazzo, lungo tutta la strada, non si incontra nemmeno una sola casa. I paesi che si vedono sopra i fianchi delle montagne sono Castello Tripi, un castello del medioevo ai cui piedi si trovano un gran numero di resti di antiche rovine, con probabilità si tratta dell’antica Abacaenum,, ma il fiume di Oliveri si chiama Helicon. Questo castello (si riferisce a Oliveri) appartiene al Duca di Patti. Ancora più avanti si passa accanto al piccolo paese di Fornaro (Furnari). In lontananza si vedono i villaggi di Castro Reale e di Santa Lucia e tante altre piccole borgate. Barcellona, famose le giare che vi vengono fabbricate, non si vede affatto. Dappertutto si vedono i segni della fertile natura del suolo. Nei dintorni di Castro Reale il terreno è completamente coperto da vigneti. Tanto più avanti si va tanto più all’indietro lo sguardo guadagna verso le alture di Tindari degradanti verso le onde del mare. Milazzo giace in una stretta lingua di terra che si estende per tre miglia nel mare. La città si trova sul versante sud del vecchio castello e, vista di sera, ha un aspetto pittoresco. La isole Lipari appaiono da Milazzo come se fossero attaccate le une alle altre. Si resta sorpresi della vista dell’Etna, che si innalza regale sulle altre più basse montagne. Milazzo dovrebbe avere circa 17 mila abitanti. Ha un fiorente commercio di vino e di olio. Nei vicoli della città incontrai solo gente semplice: i marciapiedi del porto sono il luogo di riunione e dipassatempo di preti, soldati, pescatori, spedizionieri e commercianti. Il discorso verte sui bastimenti in arrivo o su quelli attraccati e ogni straniero viene onorato col titolo di capitano di nave. Io mi arrampicai sull’altura rocciosa sulla quale, nel recinto della vecchia fortezza, si trova il castello dell’attuale governatore. Dalla parte nord ci sono alcune caverne, ma nessuna di esse è degna di interesse. Sulla piazza davanti al porto, la Piazza della Marina, si trova una brutta statua, un miles milae, con una lunga lista nella quale sono scritti per esteso i nomi di tutti coloro che hanno contribuito alle spese di erezione del monumento. La vecchia Mila fu fondata dai Messeni e, nel mondo dei miti, è ricordata come il luogo di pascolo delle giovenche care al dio Sole. Questa città sotto Federico IL, re di Sicilia, fu fortificata con un castello e sarebbe stata destinata a diventare un’isola (costruendovi un fossato). Anche a Milazzo ero arrivato con raccomandazioni, ma appresi con piacere che la stessa sera sarebbe partita una nave postale per Lipari. Appena coloro coi quali mi dovevo incontrare vennero a sapere che non ero venuto a parlare di affari, si interruppero i nostri contatti. In generale ho notato che gli abitanti di questa penisola, sia per caso o sia perché hanno il carattere in comune coi loro vicini liparoti, sono persone molto scortesi. Il viaggio da Milazzo a Lipari dura da 4 a 6 ore, a seconda se il vento è più o meno forte. Normalmente il prezzo della traversata è di 3 o 4 caroline. Da me ne pretendevano 12. Alla fine mi accordai per metà e così il mio bagaglio fu portato sulla nave.
Karl Grass

Stefano D’Amico pittore scultore ceramista

È il più illustre artista milazzese: ha lavorato ed esposto con Fontana, Luzzati, Sassu, Maccari; su di lui hanno scritto importanti critici italiani e stranieri; sue mostre sono state allestite in tutte le nostre principali città e in Germania, Francia, Belgio, Svizzera, Inghilterra, Russia, Stati Uniti; sue opere decorano edifici pubblici, sedi di rappresentanza di grandi aziende, complessi edilizi, scuole, transatlantici, in Italia e all'estero. Nel ‘99 il Comune di Genova gli ha dedicato una grande Mostra (Stefano D’Amico, L’opera 1955-1995) nel Museo d’arte contemporanea di Villa Croce. Per delineare un ritratto di D’Amico , pubblichiamo la biografia riportata in appendice al catalogo della Mostra citata (che contiene anche due ampi saggi, di Guido Giubbini e Cecilia Chilosi),un’antologia di passi tratti da scritti critici ormai difficilmente reperibili; il profilo scherzoso che ne ha tracciato l’amico Emanuele Luzzati, e infine una descrizione del suo laboratorio genovese e di uno dei pannelli che decorano una scuola di Milazzo: la città dove è nato e dove continua a tornare, di cui onora il nome in Europa, ma dalla quale non ha avuto ancora i dovuti riconoscimenti.

1925 Stefano D’Amico nasce a Milazzo il 21luglio. Il padre, Ermando, è maresciallo di Marina.
1929 Con la famiglia si trasferisce nelle isole Egee. Passa quattro anni tra Lero e Rodi dove frequenta la scuola internazionale dei Gesuiti.
1933 Rientra a Milazzo, si iscrive al Ginnasio e fa le prime esperienze di modellato nella bottega di Amoroso, un artigiano che fabbrica pastori del Presepe. Col fratello Giovanni costruisce pupi del teatro siciliano e allestisce spettacoli per ragazzi.
1937Ancora con la famiglia, raggiunge il padre a Taranto; prosegue gli studi ginnasiali e comincia a disegnare copiando capitelli e vasi greci e romani nel museo archeologico della città.
1939 Rientra a Milazzo pochi mesi prima dello scoppio della guerra, frequenta il Liceo Classico, e nel 1943 consegue la maturità. 1944 Frequenta per qualche mese la Facoltà di Legge; constatata l’indisposizione per gli studi di Diritto e spinto dalla volontà di partecipare alle lotte antifasciste, si arruola volontario nell’Esercito di Liberazione. Fa parte del Battaglione San Marco che opera sul fronte di Cassino.
1945 Si congeda gravemente ammalato e riceve le prime cure a Messina e poi nel Sanatorio di Chiaravalle, in provincia di Catanzaro. Durante i lunghi mesi di malattia studia e disegna. Comincia a dipingere sotto la guida di un vec chio affreschista veneziano chiamato a decorare la cappella dell’ospedale.
1947 È convalescente in una casa di cura per reduci di Palermo. Frequenta i corsi liberi dell’Accademia di Belle Arti ed espo ne con Samonà e Franceschini nella galleria gestita dalla moglie del suo maestro, il pittore Amorelli.
1948 - Ristabilito, si trasferisce a Roma e riprende gli studi artistici frequentando i corsi liberi di quella Accademia. Segue le lezioni di Mafai e frequenta il gruppo dei giovani pittori che aderiscono al “Nuovo Fronte delle Arti”.
1949 Per il riacutizzarsi della vec chia malattia viene ricoverato a Sondalo dove incontra numerosi arti sti tra i quali Monachesi che lo guida e lo incoraggia a proseguire. Si ritroveranno a Genova per la mostra “D’Amico, Maccari e Monachesi” allestita dalla Galleria Rotta, nel 1958.
1951 - Finalmente guarito, soggiorna brevemente a Milazzo, passa il resto dell’anno a Roma dove si mantiene lavorando come vetrinista e come disegnatore di modelli da sartoria nell’atelier delle sorelle Fontana. Partecipa con due oli e due tempere a una collettiva di giovani allestita dalla Galleria Il Camino.
1952 Richiamato a Milazzo da offerte di lavoro, apre lo studio in una vecchia casa padronale offerta gli da un amico, modella un grande bassorilievo di terracotta per un emporio di stoffe, affresca e decora con ceramiche gli esterni del Circolo del Tennis e della Vela. Dipinge i primi quadri a soggetto contadino e patriarcale.
1953 Torna a Roma all’inizio dell’anno. Si lega da affettuosa amicizia alla poetessa Marion Rosselli che mette a sua disposizione un ampio e luminoso locale in Lungotevere Sanzio dove può dipingere e disegnare. Frequenta assiduamente il Caffè Rosati, in quegli anni punto d’incontro di artisti di ogni genere. Nella tarda primavera è a Milano invitato a una mostra di giovani alla Galleria San Fedele. Di ritorno si ferma a Genova dove vive il fratello Giò. Conosce Scanavino e poi Luzzati che lo introduce ad Albisola dove sta nascendo il “Gruppo per il rinnovamento della Ceramica”. Lavora tutta l’estate al “Pozzo della Garitta” dove incontra molti artisti di levatura internazionale; diventa buon amico di molti di loro, in particolare di Fontana, di Sassu, di Jorn, di Lam, di Corneille ma soprattutto di Luzzati che lo associa alla stesura di importanti lavori di decorazione di transatlantici e di grandi com - plessi edilizi. Trascorre il resto dell’anno tra Roma e Milazzo.
1954 Alla metà di gennaio è a Milano, ospite di Dangelo. Espone tempere e disegni a china alla Galleria dell’Annunziata e alla “Studio B. 24”. Effettua un breve viaggio di studio a Parigi e poi torna ad Albisola dove riprende a lavorare al “Pozzo della Garitta” e nel laboratorio di Mazzotti. A fine febbraio trascorre un breve periodo di riposo a Chiavari ospite del giornalista ed ex coman dante partigiano “Marzo” la cui figlia Enrica diventerà l’inseparabile com pagna e l’animatrice del suo lavoro.
1955 Torna a Roma con Luzzati a cui l’Istituto di Dramma Antico ha affidato la scenografia dell’”Anfitrione” di Plauto. Collabora alla stesura pittorica di tutte le scene della commedia che verrà rappre sentata nei teatri romani di Ostia, Pompei e Paestum. Si sposa all’inizio dell’estate e trascorre il resto dell’an no a Milazzo dove riprende a lavora re nel vecchio studio.
1956Assume la direzione artistica della “Ceramica Pinelli” di Santa Margherita Ligure e apre uno studio personale che diventa punto d’in contro di artisti e di architetti. Realizza numerose opere per com plessi edilizi in Italia, in Francia, in Germania e negli Stati Uniti. 1957 La Galleria Rotta di Genova allestisce la mostra “Quattro cerami sti italiani “D’Amico, Fontana, Luzzati, Sassu”. Il collezionista Della Ragione acquista tre delle sue opere.
1958 Di nuovo alla Galleria Rotta la mostra: “D’Amico, Maccari, Monachesi”. Con Luzzati, espone al “Circolo Culturale Olivetti” di Ivrea.
1959 - Trascorre l’intera primavera a Parigi. Lavora negli studi della fab brica di Livry Gargan per la quale crea dei pezzi unici che verranno esposti alla Galerie du Cercle. In estate è a Gand su invito delle fab briche De Witte. realizza prototipi per produzione di serie che verranno esposti al Palais des Beaux Arts in occasione dell’EXPO.
1960 Espone con Paulucci alla Galleria Rotta di Genova e alla Galleria Il Punto di Torino. Una sua personale al “Circolo degli Artisti” di Bologna viene inaugurata dal sindaco Dozza.
1961 Il Palazzo dei Musei di Modena ospita una vasta rassegna delle sue opere. Espone alla Galleria La Muffola di Milano e alla Triennale.
1962 Esegue la scultura “Grande forma marina” per un nuovo com plesso edilizio di Nervi. La Croce Verde Genovese gli commissiona un Presepe di trenta pezzi che realizza in ceramica policroma. Viene chiamato a insegnare Figura e Ornato Modellato al Liceo Artistico “Nicolò Barbino” di Genova.
1963 Vince la Targa d’Oro al con corso internazionale di Gualdo Tadino con la composizione La buona terra e il primo premio alla mostra della ceramica di La Spezia.
1964 Sue sculture, e ceramiche raccolte dalla Galleria Totti di Milano vengono esposte nelle più impor tanti città della Germania. 1965 Esegue un grande bassorilievo semicircolare in bronzo per la Cappella Mariotti. di Staglieno. Completa studi e bozzetti di fontana per il Lungomare di Lipari.
1966 Esegue un grande altorilievo in ceramica per la scuola Luigi Rizzo di Milazzo. Espone alla Galleria Sant’Andrea di Savona e alla Galleria Pescetto di Albisola. Soggiorna lungamente a Parigi ospite di Baj. Conosce Duchamp, Breton e altri importanti esponenti del Surrealismo.
1967 La Galerie des Nouveax Gands Magasins di Losanna si inaugura con una mostra di sue sculture in ferro e in terracotta che viene tra sferita alla Galleria Il Giorno di Milano. Partecipa con due sculture alla mostra della Fondazione Pagani di Legnano. Esegue un grande pan nello in ceramica per la nuova sede della Farmitalia di Friburgo.
1968 Esegue un grande bassorilievo in terracotta per la Cappella Ghezzi di Staglieno. È di nuovo invitato a partecipare con due sculture alla mostra della Fondazione Pagani di Legnano. A Parigi, con Baj e Del Pezzo, partecipa alla mostra “Tuer la Gioconda” che si tiene alla Galerie Kleber.
1969 È consentita la posa di una sua scultura in acciaio, la prima in materiale non convenzionale, sulla tomba Knijn, nel Cimitero di Staglieno. Esegue una serie di for melle ad altorilievo per un complesso residenziale di Sestri Ponente.
1970 Con dieci bassorilievi in cera mica policroma abbellisce il pro spetto principale del nuovo Istituto Tecnico Commerciale di Milazzo. Espone a Londra e a Notthingham alla mostra della Fondazione B. Russell.
1971-1972-1973 Si dedica esclusi vamente alla realizzazione di una serie di sculture di impianto costrut tivista, con materiali non convenzionali, che chiama Organismi, Campi fluidi, Interferenze.
1974 Vince per la seconda volta la targa d’oro alla mostra internaziona le della ceramica di Gualdo Tadino. Alla Galleria Il Vicolo di Genova pre senta, per la prima volta, la serie di sculture realizzate durante gli anni 1972, ‘73, ‘74. Vince il concorso per la scultura da collocarsi nell’andro ne del Palazzo delle Scienze dell’Università di Genova.
1975 Con un fitto tessuto modulare fatto di piattine di acciaio inossidabile riveste l’esterno della Cappella Vicari nel cimitero di Sant’Ilario presso Genova. Si classifica secondo al Concorso Nazionale per l’edifica zione di una fontana nel Comune di Modena.
1976 Espone alla Galleria Il Moro di Firenze. Viene premiato con meda glia d’oro dall’Azienda Autonoma di Soggiorno di Messina e dalla Regione Sicilia per la sua attività artistica. A Odessa, quale rappresentante degli Artisti Genovesi per il cerimoniale del gemellaggio, parte cipa a un dibattito in televisione sulla scultura moderna.
1977-1978-1979-1980 Torna alla pittura. Trasferisce una parte dello studio a Borgonuovo, nell’entroterra di Chiavari. Tiene mostre personali a Genova, a Milano, ad Alassio, a San Remo, a Chiavari. Partecipa a nume rose mostre collettive.
1982- Esegue un grande pannello in ceramica policroma per la sede della Indesit di Parigi. Vince il premio Città di La Spezia.
1983 Scrive e illustra con trenta acquaforti il libro “Forma come avventura” edito da Di Stefano nel 1985 e presentato nel Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova.
1985 Viaggio di studio negli Stati Uniti. Appronta i bozzetti per una grande scultura in marmo da collocare nel nuovo porto turistico di San Remo. 1986-1987-1988 È chiamato a dirigere la Scuola Regionale di Ceramica dell’Istituto Santi di Genova. Lavora a una serie di sculture in marmo nel laboratorio Antognazzi di Pietrasanta. Espone alla galleria Sant’Andrea di Savona.
1989 Appronta i bozzetti per il Concorso Nazionale indetto dall’Aeroporto Cristoforo Colombo di Genova. Partecipa al “Progetto speciale Artisti e Territorio” indetto dall’Accademia Ligustica e dalla Regione Liguria.
1990 Espone all’Espace Malraux di Chambery cinquanta opere di pittura, scultura e ceramica, su invito del Consolato d’Italia e dell’Istituto Italiano della Cultura di Grenoble.
1991-1992-1993 Torna a dedicarsi alla ceramica. Lavora alla San Giorgio di Albisola dove spesso si incontra con Fabbri, con Cherchi e con Rossello.
1994 Con la Galerie Marbeau è pre sente alla Fiera dell’Arte di Parigi. Esegue tre bassorilievi in ceramica per una villa di Saint Tropez.
1995 Partecipa con tre sculture in marmo alla mostra “Scultori in Liguria nel secondo Novecento” nel Parco Durazzo di Santa Margherita Ligure.
1996-2001 “Legge, scrive, disegna e riceve gli amici a Genova e nella sua casa di campagna sul promontorio di Milazzo” (dove è presidente onorario della sezione di “Italia Nostra”, di cui è stato fondatore e primo presidente).

E. OCHNER GESTALT IM HEIM giugno 1958
Nella Galleria d’arte Totti di Milano espone i suoi lavori più recenti il ceramista italiano Stefano D’Amico. Nato nella siciliana Milazzo ha completato i suoi studi a Roma. Antiche figure dell’epica popolare siciliana e ancora più antiche, anzi addirittura remote, figure dell’epica ellenica, “pupi“ dall’aria fantasiosa, rappresentano i motivi di ispirazione della ceramica di Stefano D’Amico. Le sue figurazioni nascono dall’amore per il colore e per la forma, metafora e racconto e in esse gli elementi classici si fondono con quelli realistici. (tr. dal ted.)

G. RIVA RIVISTA DI GENOVA dicembre 1960
Stefano D’Amico considera la ceramica come un apporto determinante all’ambientazione residenziale ed all’architettura contemporanea, nella quale egli accentua con suggestioni impegnate di forme e di toni, nello smalto indelebile, nelle opacità e nelle lucentezze della ceramica espressioni di una novità soggettiva che accende di vibrante lirismo gli schemi rigorosi e geometrici, lo scarno e severo rigore delle costruzioni moderne. Stefano D’Amico è maestro nel fondere le esperienze della vita vissuta e patita con i dati della coltura, così che le sue intuizioni figurative e cromatiche trovano senza contrasti e senza stridori il modo di accostare visioni bizantineggianti o classicamente formali concle menti sintetici di una contemporaneità esasperata ed espressionistica, conferendo tuttavia all’insieme della sua modella zionefittile, incisa e tormentata nelle superfici, accentuazioni cromatiche di intensa capacità espressiva e di valore squisitamente arnonizzato nell’insieme e nei particolari.

VITTORIO G. ROSSI PONENTE D’ITALIA ottobre 1961
Parlo di Stefano D’Amico ceramista; ma non ho nessun titolo per parlarne. Non sono un critico d’arte, neanche un principiante; mi manca il linguaggio tecnico che adoperano i critici, esso è una specialità del loro mestiere. Parlo di Stefano D’Amico soltanto perché quello che lui fa, mi piace; perché ha le qualità che mi piace trovare nella prosa scritta, e questa è una cosa che riguarda direttamente il mio lavoro, in esso ho una certa competenza. D’Amico è semplice, chiaro, privo di grasso, cioè di retorica; e lavora con la ceramica come un buon prosatore lavora con le parole, cioè con l’intenzione di dire q u a l c o s a , avendo qualcosa da dire, e di dirlo in modo che tutti possano capire quello che dice. D’Amico è un siciliano, ossia ha in sé la conoscenza e il gusto del sole; ha studiato i greci ed è stato in Grecia un certo tempo, ossia si è formato al mestiere col contatto diretto con la purità lineare e limpida dei greci. Tutta la sua arte di plasticatore che è anche pittore, sa di Sicilia e di Grecia, è luminosa e chiara come tutte le arti fatte per comunicare con la gente, non per stordirla e strabiliarla. Come tutte le arti che sono del loro tempo, ma resistono al tempo e lo sorpassano. D’Amico è un classico ed è un moderno; è quello che ogni vero artista dovrebbe essere, immerso nel suo tempo in modo tale da rappresentarlo, e padrone degli elementi costanti, duraturi, imperituri della sua arte, cioè discendere dal meglio, avere grandi antenati, e inventare da sé il nuovo, quello che ancora non è stato fatto da nessun altro, e lo distingue dai vivi e dai morti. Artista senza trucchi spoglio anche della più piccola intenzione di fare il trucco, D’Amico non inganna né se stesso né gli altri per fare colpo; non mira a confondere le idee di nessuno per stupire e dare l’impressione del nuovo stupefacente facendo stramberie. L’inganno, il trucco è alieno dal suo spirito, come dallo spirito di ogni vero artista. E non c’è vero artista se non c’è sincerità in lui, e scrupolo della sincerità quasi fino al tormento. Il trucco non è arte; senza la sincerità non c’è arte. Con l’inganno si può creare un clamore, fare un’impressione strepitosa momentanea, poi il clamore e l’impressione svaniscono, resta quello che si è fatto, ma se era soltanto trucco, di esso non resta niente, tutt’al più un cattivo sapore in bocca. D’Amico è semplice; la semplicità e la cosa più difficile che ci sia in qualsiasi arte. È semplice, può sembrare popolaresco, ma la riuscita di un artista è proprio in questo, nel riuscire a dire semplicemente anche le cose difficili. E se il suo tono può sembrare popolaresco, questo non è dovuto ad un desiderio di facilità, ma alla specie della sua poesia, essa gli nasce dal suo fondo popolare. Anche la santità, cioè il sublime, D’Amico lo sente poeticamente come un canto popolare. Il suo Presepio è costruito come l’avrebbe costruito San Francesco, con la stessa poesia. D’Amico è un raccontatore. In tutto quello che lui fa, c’è un racconto, una storia; e raccontare è più difficile che descrivere. Ma in tutto quello che D’Amico fa non c’è mai niente di facile, dove c’è facilità non è arte; sembra facile quando è stato fatto, quando D’Amico presenta il suo lavoro finito; ma si capisce che per arrivare a questo D’Amico si è battuto, ha combattuto una grande battaglia contro la resistenza della materia. Questo appare anche nelle sue ceramiche: nei pesci, uccelli, specialmente nel suo galletto che canta il canto dell’alba, opera splendida; la novità del risultato raggiunto consiste non nell’aver trasformato gli animali in qualcosa che faccia effetto all’occhio, ma nell’aver convertito in ceramica un canto puro e pieno di meraviglia, come quello che esce da un bambino che si affaccia alla finestre e vede le cose semplici e maravigliose del mondo di tutti giorni. L’artista che riesce a mettersi alla pari di un bambino non si abbassa, ma si innalza, fa la più grande ascensione che possa fare un artista. Ma quello che lo spirito e le mani di D’Amico sono capaci di fare, si vede sopra tutto nei suoi vasi, nella forma pura di essi. Qui la purità elementare dell’artista tocca il suo grado massimo, si mette con quella dei grandi vasai greci che hanno lavorato prima di lui, e lui li ha presi non come esempio da imitare riprodurre, ma come altezza da raggiungere. E lo stesso che avviene col cibo che diventa sostanza d’uomo. La partenza di D’Amico dai classici e il suo arrivo al moderno e il fatto che il classico con D’Amico continua naturalmente la sua vita diventando moderno, credo sia la cosa più sorprendente dell’arte di questo ceramista che ha dentro di sé la gioia naturale, spontanea della creazione, e col suo lavoro la mette fuori, la diffonde, la dà a tutti. GIUSEPPE MARINO GIORNALE DI SICILIA 9 agosto 1964 Stefano D’Amico, pittore, ceramista, scultore, che onora la Sicilia e la natia Milazzo in Italia e all’Estero, era di fronte a noi e si stagliava, pur nel suo indolente abbandono dell’ora, con la sua dominante figura, con suo viso scavato, nella sua atletica figura d’artista, con lo sguardo penetrante di chi è abituato a cogliere del mondo circostante, dei personaggi, dell’ambiente, il senso più profondo ed umano, in gioia luminosa ma anche in reconditi malinconie. A Milazzo è tornato, come ogni anno, da Genova e da Santa Margherita Ligure, quasi un rituale mitico pellegrinaggio, quasi a ricercare in questa sua terra, al cui sangue si è plasmato, la linfa vitale materna delle sue creazioni d’arte. Stefano D’Amico, artista classico e moderno insieme e in prodigiosa armonia, è soprattutto semplice, di una semplicità che ha il raro pregio di rendere facile anche le cose difficili. Così il suo modo di parlare di cose complesse era schietto e incisivo, come di colui che anche nella vita, va a fondo della essenza primordiale delle cose, degli uomini e dei loro stessi rapporti.

NINO CACIA TRIBUNA DEL MEZZOGIORNO 21 agosto 1966
Personalità in cui la limpidezza dell’istinto, linfa della passione, spinta vivace per la ricerca s’incrociano nella gioia e sofferenza dell’atto creativo per lievitare una vigoria plastica di valori, Stefano D’Amico nell’arco d’una decina d’anni, a partire dal 1954, è venuto in possesso di metodi e risultati pregevoli di lavoro, tanto che le numerose segnalazioni, i premi, le soddisfazioni conseguite lo pongono oggi tra i nostri artisti di primo piano. Una individualità in continua espansione di se stessa: dalla ceramica alla scultura, quale integrazione degli aspetti funzionali dell’architettura moderna…sempre vigile ai processi fermentativi, dei fenomeni socio-culturali del nostro tempo, cogliendone criticamente le fasi e mutazioni più avanzate, rispondenti alle sue esigenze artistiche. Le sculture neoplastiche di D’Amico, in terracotte monocrome dagli ossidi lilla, viola, blu, fino al celeste anemico e al bianco, evolvono da una partenza criticamente espressionista, in talune non del tutto dissolta (tanto che la materia tradisce ancora accese vibrazioni) per oggettivarsi in soluzioni più lineari e meno emotive. Oggi la scultura, spiega l’artista, non può restare una vicenda indipendente da quella dell’architettura. Queste ultime forme di neoclassicismo trovano efficaci inserimento organico sul terreno che è più congeniale alla scultura, ossia quello delle proposte architettoniche su nuovi motivi rapporti morfologici ad essi inerenti.

SILVIO CECCATO D’ARS AGENCY Ottobre 1967
Se per trovare se stessi ba stasse un certo giorno abbando narsi alle effusioni od anche in terrogarsi. da ogni uomo traspa rirebbe l’inconfondibile individuo. Ma purtroppo la via non è questa, nemmeno con i più dotati. Biso gna piuttosto costruirsi su se stessi, per raggiungere tanto tra - guardo, ed è un costruirsi fatto di assunzioni degli altri, di ela borazioni del proprio e dell’altrui, di un continuo spogliarsi per rive stirsi. Credo che la lunga via sia più o meno comune a tutti i mestieri, se alla fine l’opera deve portare di per sè la firma dell’autore. In altre parole, ben difficilmente una dote genetica rappresenterebbe grandi cose se ne venisse meno l’aspetto som mativo dinamico, Ricordo un D’Amico in fuga dalle forme e dai colori trionfanti ed ossessivi della sua Sicilia. Mi pare cercasse rifugio nella geo metria. Poi nella funzionalItà fre nante dell’oggetto di ceramica, do ve il piatto è un piatto, il can deliere è un candeliere, e così via. Poi lo accompagnò e tuttora lo accompagna la chiarificazione della didattica, del fare manuale medìato dalla parola. Ed ora? Direi che egli trova il filo con - duttore del suo operare nell’uni versale principio della ripetizione variata, cioè dell’elemento ben determinato che mai si perde nel la composizione, e dove anche il materiale è legante, il metallo, quel metallo, la ceramica, quella ceramica. Ora, il mondo combi natorio sembrerebbe offrire agli autori il massimo della libertà, e tuttavia esso non lascia certo tanto facilmente imprimere una per sonalità, almeno una personalità scoperta. In questo momento io ho dinanzi alcuni lavori di D’Ami co e la sto cercando. Non è nean che il caso che ne chieda a lui, perché mi risponderebbe con ter - mini, non so, forse di neo-plasti cismo, magari imbrogliando insie me me e lui. Non è nemmeno agevole rendersi conto se sia una antecedente rappresentazione glo bale a guidare la composizione, o se questa non emerga piuttosto con il fluire della forma. Tuttavia questo è già un giudizio positivo sull’opera di D’Amico, perchè appaiono fortemente fuse, coerenti, in un prodotto che con termine d’oggi si direbbe compatto. Ricordando alcuni lavori di un D’Amico giovanissimo ed immerso nel mondo della sua Sicilia, al lora fatto di colori, di ceramiche scintillanti, e ricordando anche alcune sue esperienze informali, astratte, geometrizzanti, vorrei tentare infine un accostamento dei suoi lavori con una famiglia di piante che fa parte dell’architettura di quella terra, le cactacee, ed in particolare quel fico d’india in cui il tronco si è fatto foglia, e la foglia si è fatta punta, angolo. E’ la ricchézza di milioni di anni di una natura prodiga e ori ginale e che è ancora ben lontana dell’aver rivelato i suoi segreti al l’artista: segreti di costruzione, naturalmente, e non di costrutto, di “natura naturans” e non di “natura naturata”. Chissà che Stefano D’Amico non stia per car - pirle, in chiave umana, s’intende, uno di questi segreti.

SERGIO PAGLIERI IL SECOLO XIX 2 marzo 1974
Pittore di ottima scuola, D’Amico maturò nel ruggente ambiente di Albisola, negli anni d’oro, una sua tendenza verso la spazialità, la luce: attraverso le esperienze sulla ceramica, si ritrovò scultore. Il discorso di D’Amico è andato avanti su questa linea mettendosi a fuoco definitivamente su scansioni modulari, sul ritmi dello spazio segnati da alternanze quasi geometriche di luce e ombra dalle quali, per i giochi dei riflessi, scaturisce spesso il colore. Molti di questi moduli ritmati da D’Amico (foggiati nel ferro, nel legno, nella ceramica) sono studiati per l’inserimento in complessi architettonici: di qui nasce loro carattere “pubblico”, la loro naturale tendenza a cercare la luce delle piazze, delle strade, rifuggendo dal chiuso degli appartamenti. Secondo D’Amico, inoltre, queste opere non debbono essere un abbellimento complementare dell’edificio, ma richiedono una progettazione contemporanea quella del complesso in cui vanno inserite. Opere d’arte, quindi, non soltanto pubbliche, ma anche protagoniste dello spazio pubblico, con la dignità che spetta alle creazioni del genio umano.

GIORGIO BITONTO PRISMA 80 gennaio 1976
Stefano d’Amico è siciliano, si sente tale, con quanto la sua terra gli ha dato dalla tradizio ne, con quello che egli ha do vuto e potuto essere nel volon tario esilio che la sua terra ha dato anche ad altri artisti come lui. Compie gli studi classici, se guono tre anni di giurispruden za. Cosa può fare un giovane in Sicilia, cosa si vuole da lui? Un ragazzo «per bene» potrà essere avvocato, medico. L’arti sta non è popolare; l’artista è una persona che esce dalla nor ma, pianta tutto e tutti contro la volontà della famiglia per get tarsi nell’arte. D’Amico ripensa con occhio se reno, senza complessi, la realtà della sua terra d’origine. In Si cilia, dice, non c’è questa fi gura, la produzione; chi vuole fare e diventare, deve uscire di là. I pochi fortunati che sono sfuggiti a questa legge, lo devo no a rari ambienti favorevoli. Per D’Amico in genere il siciliano è un artista, un in tellettuale d’indole, di tempe ramento. Città come Milano sono state capaci di prendere nel loro ingranaggio ed esaltare capacità di artisti e letterati: “Questo è quasi sempre un discorso legato al benessere, all’economia. Vediamo per esem pio la Firenze del ‘400 dove fiorivano l’economia e le opere d’arte”. Stefano D’Amico abbandona gli studi giuridici attratto dall’arte, per iscriversi all’Accademia di Palermo. Fu appunto poi a Pa lermo nel 1949 che l’artista fece la sua prima mostra collettiva. A quel tempo neo realisti e astrattisti si davano battaglia. D’Amico seguiva il filone realista. Se l’ambien te avesse risposto alle esigen ze dell’artista esordiente, egli vi sarebbe rimasto. Ed eccolo invece da Palermo all’Accade - mia di Roma. Vive a Roma fino al 1952, poi a Parigi, a Milano. Incontra Fontana, Crippa, D’An gelo, Bai e gli stranieri. E’ un periodo di stimoli, di nuove esperienze. Nel 1953 è ad Albis sola per fondare il Movimento della Ceramica Italiana. Ad Al bissola gravitava gran parte del l’Arte figurativa italiana. Nel 1956 a S. Margherita Ligure apre uno studio. Dal 1962 vive a Genova. Conosce architetti impegnati, comincia le sue creazioni di “integrazione”, non per un fatto decorativo, ma piuttosto strutturale. L’architetto crea lo spa zio, l’arte di D’Amico lo integra. Rinuncia a facili soddisfazioni per la ricerca: “Sarebbe più comodo, più vantaggioso - fa capire - ma ho voluto aprire il mio nuovo periodo, essere utile, fare qualcosa di concreto “ Da un neorealismo espressionista è pervenuto, at traverso lo studio e l’esperien za, guidato dal suo senso pra tico, al periodo costruttivista.

PIERRE DAIX CATALOGO DELLA MOSTRA GALLERIA “R. ROTTA” novembre 1978
Se può sembrare che la pittura abbia esaurito il campo di rinnovamento inaugurato dall’impressionismo, e che da una ventina d’anni si assi sta piuttosto al consolidamento delle libertà acquisite, la scultura liberatasi dal blocco molto più tardi -la prima forma aperta è la Chitarra in lamiera di Picasso del 1912- conserva ancora oggi la sua carica di vitalità avventurosa. Essa condivide con l’incisione le infinite possibilità sperimentali degli effetti di materia offerte dalle tecniche moderne. Essa esplora per conto suo tutti i giochi dei metalli, delle plastiche, delle ceramiche. Soprattutto non vi è più nulla che le sia proibito. infatti, nel lavoro a tre dimensioni reali (per opposizione alla pittura) essa può utilizzare tutti i materiali, dai più triviali ai più nobili, dai naturali ai più arditamente inventati. Ne risulta una liberazione della forma e del ritmo ignoto finora a un’arte che risale alle origini della creazione da parte dell’uomo. In ciò distinguiamo la fortuna e la responsabilità degli scultori di oggi capaci di pensare il significato della propria arte. Stefano D’Amico è tra questi, come dimostra nell’ampiezza della sua riflessione plastica e nel suo modo di passare da un’arte sperimentale –nella quale affronta una ad una le difficoltà e le scoperte, le forme elementari e le qualità dei materiali - al libero spiegamento dei ritmi nel loro rigore che già nelle piccole dimensioni, raggiunge il monumentale, Non si tratta, ovviamente, di un segreto, ma dell’unione di talento e lunga pazienza. Se Stefano D’Amico sa imporci dei ritmi senza precedenti, ciò è possibile perché, lavorando la ceramica, il metallo, il marmo, tutti i suoi dialoghi con la materia giungono fino a quel punto in cui il confronto di tutte le possibìlità favorisce e provoca il momento creativo. Ciò determina anche un’altro equilibrio che caratterizza l’insieme delle sue recenti sculture: equilibrio che permette di guardarle contemporaneamente come forme pure -o piuttosto purificate fino all’astrazione- e come forme naturali semplicemente spinte fino alla Purezza. Per questo occorre molta finezza e padronanza, ma giungere a quel punto di ambiguità in cui la lettura oscilla dalla limpidezza esaltante alla ricchezza sentimentale delle suggestioni concrete, in cui si addizionano l’in- telligenza formale e la memoria degli accidenti della vita, è un risultato raro. A mio giudizio giustamente Stefano D’Amico lo sottolinea con i titoli delle sue opere. Egli si riallaccia così all’esperienza di un Da niel Kanhweiler alle prese con i primi passaggi verso l’astrazione di Picasso e Braque al tempo del cubismo e che sapeva che un titolo ori enta nella decifrazione plastica. Nausicaa, o Socrate, o Metamorfosi di una sfinge svolgono un ruolo analogo, suggerendo i prolungamen ti poetici delle forme. La poesia non è un’aggiunta. Essa nasce dal canto stesso dei ritmi. Prima di tutto viene la scultura: è lei che sovraintende lo svolgersi. Di fronte a certe forme appena sfiorate nella materia, come l’lcaro in grigio, non posso non pensare a certi megaliti della Corsica o della Bretagna, in cui la pietra non è più semplicemente “messa dritta”, ma appena lievemente sbozzata con un viso, una spada, una spiga. E a un passaggio primitivo, ma già sapiente, dalla pietra semplicemente scelta alla pietra scolpita. Millenni dopo Stefano D’Amico ha riscoperto questa ragione della scultura di èssere un passaggio dall’oggétto, che non è debitore all’uomo, alla forma in volume che dirà che l’uomo vi ha lasciato la sua impronta. Altrimenti detto, le ha dato un’anima.

GINO SORDINI SCENA ILLUSTRATA dicembre 1978
Lo scultore Stefano D’Amico interroga e plasma la pelle e la carne della natura che gli risponde, con mille segni e linguaggi, su tavole di argilla, ad equili brio, puntuale per calcolo infinitesimale. D’Amico taglia, incide, dislivella. ab bassa o solleva gli elementi-oggetto della materia elaborata, quindi li ricompone e i concetti, la fantasia, la cultura e l’arte realizzano il loro consistere in ardua ar monia globale, che gusta la conflittualità permanente. Le lastre ceramiche percorse da curve, rette, triangoli, coni e da simboli aviti e morfismi, incurvano la carnosa pelle tridimensionale. E la materia obbedisce alle sue mani con rigore di forme, anche quando la mente si libra nei regni della pura fan tasia e la poesia elegiaca esplode nella varietà delle forme combacianti dentro e sul terreno materico. Oltre alle ceramiche, trionfo di linee geometriche in campo cromoplastico, piccoli bronzi e marmi ritmati anche secondo la nuova poetica, detta “Immaginista” (vocabolo di sapore dannunziano…e pour cause) dove realtà e segno si alternano per realizzarsi altrove: nel mondo sempre nuovo e sorprendente della immaginazione, radice e figlia della creazione.

FELICE BALLERO CORRIERE MERCANTILE 21 dicembre 1978
Sculture a tutto tondo, bassorilievi di impronta suggestiva, terracotte, ceramiche, marmi, materiali di estrazione chimica. Esiste, in ogni proposta, una appassionata idea creativa, che ora si appoggia alla qualità plastica e ritmica di un gesto incisivo che arriva a stimolare l’organicità della materia, ed ora si stende in forme di elegante armonia astratta (ma, a ben vedere, è una astrazione apparente, tra il rigore del pensiero ed un “ironico” spirito di avventura). Cartesiano e insieme misterioso, leggibilissimo e tuttavia qualche volta sfuggente ad ogni verifica, D’Amico porta avanti un grosso sentimento del tempo e della realtà. Personalmente trovo che queste opere sono più complesse di quelle di ieri, più autonome, e poi magari meno cerebrali, ma più vicine ai nostri sentimenti ed anche i nostri sensi. E sì, diciamo pure che ci si può vedere compiutamente il concetto del classico rapportato al mondo contemporaneo. 

CATALOGO DELLA MOSTRA ESPACE MALRAUX dicembre 1991
Stefano D’Amico appartiene a questa generazione di scultori che per primi hanno esplorato nuove vie estetiche dalla fine degli anni 40. In lui si nota un’attenzione tutta particolare all’implicazione dello spazio nell’opera stessa, la disposizione degli elementi, l’azione della luce, ma anche il suo interesse per il movimento virtuale.

ELENA BONO: “D’AMICO CERAMISTA” in pubblicazione a Genova
Stefano D’Amico: una forza tellurica che si sprigiona anche dalla persona, dalle mani violente sia nel discorso che nel silenzio -tanto che spesso inconsciamente lui se le stringe una con l’altra, se le attanaglia, o se le nasconde sotto le ascellee soprattutto dal volto che è terra nera, bruciata. Forza tellurica e antagonismo spietato assiduo della ragione che diffida indaga chiede conto filtra i messaggi dal profondo, li risolve in discorso rarefatto, ai limiti talvolta della cifra. D’Amico non disconoscere la memoria, la parte che essa ha avuto ed ha nelle cose sue. Volentieri quando parla -spesso ironico per pudore- torna all’immagine e ai miti della sua terra, così come nei primi anni di vita li riceveva e li “ partiva “ nascondendoli dentro di sé per trarli fuori un giorno, interpretando e reinventando a modo proprio, e in modo sempre un po’ diverso, quelle che il Foscolo chiamava le severe significazioni del mito. Vanno lette così, in filigrana, le opere di D’Amico, per verificare di volta in volta come si traduca in fatto linguistico di forte rigore, in precisi rapporti di composizione, di masse e di colore-luce, il dato della memoria lievitato dall’affettuoso immaginare.  Nelle foto: p. 23, Caccia al cinghiale 1956; p. 24, Il profeta s,d.; p. 26, Frammenti 1985; p. 27, Evoluzione s.d.; p. 28, Bassa marea 1984, Organismo numero quattro s.d., Le madri del sapere, part. (Scuola media L. Rizzo, Milazzo) 1966.

UN RITRATTO GIOCOSO 
Stefano D’Amico, nato in quella Milazzo garibaldina in cui il poeta della canzone “passò sergente, camicia rossa, camicia ardente“, cresciuto fra Magna Grecia e Grecia fra rovine e colonne tanto si impregnò di classicità greca, che a quindici anni già sapeva a memoria “I Sepolcri“ di Foscolo e ancor oggi non li ha obliati, e nei momenti più impensati, soprattutto durante il lavoro si ode la sua maschia voce che scandisce “ All’ombra dei cipressi e dentro l’urne... “. Siciliano, della Trinacria come Archimede, il tiranno Dionisio, Pirandello e il bandito Giuliano, da essi e dalla patria terra eredita l’amore per le scienze e le arti belle: Archimede gli donò il senso della gravità per cui predilige le posizioni assise (su seggiola o per terra); Dionisio il tiranno gli diede lo sguardo fiero con cui riuscì a conquistare Enrica, la ribelle figlia del capitano Marzo, e i baffi che invano cerca ora di nascondere; Pirandello gli donò l’arte per cui quand’ha finito un quadro lo guarda e dice: “Così è se vi pare“; il bandito Giuliano gli diede il suo fisico per cui più volte fu per essere arrestato, preso per bandito e poi rilasciato grazie alle amicizie del suocero Marzo. All’arte foggiando forme di terra, plasmando come novella Pandora vasi e orciuoli, e come novello Pigmalione dando ad essi vita e parola, divenne presto uno dei più famosi ceramisti di Trinacria e indi passato in Liguria, nell’antico villaggio di Albisola, e poi all’internazionale stazione di Santa Margherita raggiunse quelle vette che il mondo ora conosce e venera fra le somme dell’arte di tutti tempi.
Emanuele Luzzati 

LA CASA E IL LABORATORIO
Nella sua accogliente casa situata sulle verdi colline del Capo di Santa Chiara Genova, pareti e mobili sono felicemente aggrediti da una multiformità di piatti, vasi, formelle, quadri, statuette, oggetti di autori diversi, alcuni anche suoi: una piccola mostra permanente. Il gusto quasi archeologico del collezionista trova in lui un ricercatore inconsueto di pezzi d’autentico sapore locale, nascosto, che egli sa accostare, saltando le opere, con umore garbato e fanciullesco, componente primaria di molte sue creazioni. Appesi a una parete campeggiano tre magnifici paladini siciliani alti un metro. Le vesti e le armature non più sfavillanti, riecheggiano gli scontri irriducibili fra fede cristiana e saracena. La stagione la nostra infanzia, la radice biologica di sicilianità che Stefano D’Amico sa far coesistere nel suo passato e presente di uomo e d’artista. Al centro la stanza, ove una imponente struttura metallica di fitte piastre d’acciaio saldate in modo da suggerire un campo cinetico di spazi-forme attende la sua definizione di colore plastico per esser inviata la prossima mostra di Losanna.Quindi la visita al laboratorio. Sul grande bancone pronti alcuni pezzi da cuocere. Una variazione di sculture, giacenti in ogni angolo recuperabile, e l’esempio coerente di questa alacre creatività. Sono studi, in chiave strutturalistica, interpretanti il dimensionamento dinamico-spaziale di forme stereometriche riassunte da un movimento che in atto raccoglie esponenti di varie estrazione in una libera produzione “neoplastica“. 
Nino Cacìa

IL PANNELLO DELLA SC. MEDIA “L. RIZZO”
Della naturalezza spontanea della sua arte e della sua personalità Stefano D’Amico ha plasmato un modello recente nella composizione allegorica da lui creata proprio per una scuola di Milazzo. La parte centrale del pannello è impostata vigorosamente, in maniera realistica e presenta vari atteggiamenti dell’uomo nei confronti della Scuola. Le due figure laterali, la Scuola e la Vita, hanno carattere tradizionale classicheggianti. Sul fondo due elementi naturalistici, l’albero e il sole, condizionano tutto l’ambiente. Alla nostra domanda l’artista sottolinea che ha voluto significare il perenne inserimento dell’uomo della natura e che scienza e lavoro non devono far dimenticare la natura e che questo egli ha inteso dire, soprattutto ai giovanissimi, egli che, con l’intimo culto della natura, ha la gioia sublime di saperlo diffondere in meravigliosa purezza di sentimento nelle sue opere.
Giuseppe Marino

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